A Trump romance

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Pubblicato nel dicembre del 2016, A Trump romance – Cronaca di un’elezione mai annunciata è stato una delle primissime opere sul nuovo inquilino della Casa Bianca. In questo saggio, libero dalle catene del pregiudizio e del politicamente corretto, passo ai raggi X il fenomeno Trump, mettendo in evidenza anche i gravi errori di valutazione commessi dai media e dai Democratici. Di seguito, la prefazione di Francesco Maria Del Vigo, vicedirettore de Il Giornale. È possibile acquistare il saggio sul sito di EDIZIONI LA VELA e su AMAZON.


“Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”, diceva molti anni fa Giorgio Gaber a proposito della vittoria del Cavaliere. Anche quella, come recita il sottotitolo di questo libro, mai realmente annunciata. Non si fermano qui le analogie tra l’ex presidente del consiglio italiano e il neo presidente degli Stati uniti d’America. Successo, soldi, donne e potere. Hanno avuto – e hanno – tutto quello che in un paese come l’Italia è una colpa avere. “Questo Paese cattolico non tollera il successo”, scriveva Bernardo Caprotti nel suo testamento. E la conosceva bene, lui, la riprovazione sociale che può avere un uomo di successo – specialmente se è un capitano d’azienda – in questo Paese fatto a stivale probabilmente per darsi da solo i calci nel sedere. Non sono bastati vent’anni di berlusconismo per sradicare i pregiudizi nei confronti dei vincenti, degli uomini che trasformano sogni in idee – possibilmente fruttifere – e che sanno dare un corpo a un popolo e alla politica. Anche per questo la vittoria del magnate americano ha avuto tanta eco nel nostro Paese, scatenando, dal giorno successivo, una ridicola gara a trumpizzarsi.  

Probabilmente è stato il successo di Trump – più che le sue roboanti dichiarazioni in campagna elettorale – ad avere terrorizzato opinionisti, analisti e giornalisti. Ma non l’opinione pubblica. Che conosceva già il Trump dentro di sè e non aveva certamente il timore di conoscere quello vero.  Il tycoon di New York ha dato voce e corpo a un’America che molti cercavano di non vedere, di non raccontare, di nascondere sotto al tappeto come si fa con la polvere. Almeno nella fase iniziale, le analisi delle elezioni a stelle e strisce sono state superficiali esattamente come quelle – fallimentari – che non hanno saputo auscultare cosa si muoveva nella pancia di un paese che, nel bene e nel male, è senza dubbio il cuore del mondo.

Eppure, ora che è successo, c’è chi si è convinto di aver scoperto l’America. Funziona così per tutte le cose. Puoi essere il più bravo scrittore del mondo, o il miglior stilista dell’universo ma finché non finisci sulle prime pagine dei giornali statunitensi, finché non hai successo in America, non conti un accidenti. E questa regola vale per tutto. Ora che Donald Trump – l’impresentabile!, il capitalista!, il donnaiolo!, il maschilista!, l’arricchito!, il razzista!, lo scorrettissimo battutista! – ha stravinto le  elezioni anche gli intellettuali più chic, quelli sempre alla moda, di colpo trasecolano e iniziano a interrogarsi sull’irrequietezza delle masse. Dopo aver detto che se avesse vinto Trump ci sarebbe stata l’Apocalisse. Dopo aver sostenuto che la Brexit sarebbe stata la fine del mondo per come lo abbiamo conosciuto fino a oggi. Ma dove erano, costoro? Dove vivono?

C’era bisogno che il sussulto del popolo contro le élite spocchiose arrivasse fino a Washington per accorgersene? Perché nel frattempo si erano indignati l’operaio di Termini Imerese, il negoziante di Brescia, il bidello di una banlieue di Parigi e l’impiegato di Budapest. Ma nessuno li aveva ascoltati. E, esattamente come Donald Trump, erano stati derubricati come populisti. Parola della quale nessuno conosce bene il significato. Nell’era dell’ossessione della raccolta differenziata è diventata la discarica di tutti i pensieri scomodi. L’8 novembre è morto il politicamente corretto, l’ossessione perbenista che non si possano esprimere le proprie esigenze, che non si possa difendere la propria identità, che sia inelegante preoccuparsi della propria sicurezza e del proprio interesse. È crollato il galateo di quel mondo radical chic che pensa di poter decidere cosa è giusto e sbagliato, solo in base alla propria presunta superiorità morale. Una casta che difende il multiculturalismo, si ma non sa neppure cosa sta succedendo sotto casa sua. E ora hanno scoperto l’America, si sono improvvisamente resi conto che la gente è stufa dell’establishment e ha necessità di cambiamento. Ma l’8 novembre si è anche sfracellato contro il muro della realtà un certo tipo di fare informazione e di intendere la rete.

Nella Russia comunista per zittire un dissidente bisognava scoprire chi fosse, trovarlo e poi tradurlo in Siberia. Oggi basta chiudergli per sempre il profilo Facebook o Twitter. È una provocazione, ma racchiude un fondo di verità. Se Bernie Sanders, il candidato di sinistra asfaltato da Hillary Clinton durante le primarie democratiche per la Casa Bianca, si definisce socialista; non c’è alcun dubbio che il miliardario Donald Trump sia social-ista. Non nel senso politico del termine, ovviamente, ché Trump è solo trumpiano e infilarlo in qualche categoria ideologica è – specialmente ora – impossibile. Nel senso dei social, della rete, della rivoluzione digitale che si è insinuata strisciando lungo le bande larghe della comunicazione che sfugge all’occhio miope dell’informazione tradizionale. Come ha fatto l’uomo più sbeffeggiato del mondo a scalare gli Stati Uniti d’America? Come è possibile vincere le elezioni quando si hanno contro tutti i mezzi d’informazione?; quando i colossi della carta stampata e le grandi emittenti nazionali si schierano, senza mezzi termini e con apprezzabile chiarezza, dalla parte opposta?; quando il gotha degli opinionisti che contano, delle star della musica, del cinema e della letteratura ti descrive come un barbaro incivile, un rozzo incolto, che porterà l’apocalisse? Si potrebbe sciogliere questo groviglio di nodi appellandosi al pettine della più classica delle motivazioni: Trump ha vellicato il ventre del popolo statunitense, ha personificato  i peggiori istinti della pubblica opinione, ha detto quello che l’elettore medio pensa ma quasi se ne vergogna, senza avere il coraggio di dirlo.  Per il timore di cadere nella riprovazione generale. Ha sdoganato, per dirla con Antonio Padellaro, il rutto libero. Trump ha senza dubbio schiacciato il brufolo del politicamente corretto, provocando un eruzione vulcanica più che cutanea. Ma dietro il suo successo si nasconde molto altro. Ci vorranno anni di studi per capire cosa è realmente accaduto e gli esperti del settore partoriranno migliaia di tomi per scarnificare il significato di questo ciclone. 

Il dibattito è già iniziato e per molti osservatori uno dei principali responsabili della vittoria del candidato Repubblicano è proprio Facebook. Il che sembrerebbe un paradosso, dato che durante la campagna elettorale era scoppiato un caso proprio nel segno opposto: il social network avrebbe penalizzato la diffusione di notizie che riguardavano il tycoon. Un caso che aveva fatto esplodere la polemica sulla gestione da parte di Palo Alto delle notizie: un piccola redazione gestiva infatti la selezione del flusso della informazioni per tutti gli utenti. Zuckerberg corre ai ripari, smantella la redazione, e lascia tutte le decisioni al “solito” algoritmo. Ed ora è proprio l’algoritmo a essere finito sulla graticola: colpevole di avere diffuso notizie false contro Hillary Clinton, senza averle precedentemente verificate.

Qualcuno sostiene che siamo nell’era della “democrazia post fattuale”, della “post verità”: non contano i fatti reali, ma le balle ripetute migliaia di volte sui social network fino a quando non si consolidano in realtà. Il prestigioso Economist, non riuscendo a spiegarsi razionalmente la vittoria della Brexit, ha tirato in ballo la teoria secondo la quale: “La tendenza naturale degli esseri umani è quella di ignorare i fatti”. Praticamente siamo diventati tutti stupidi. Sulla stessa lunghezza d’onda Olivia Solon del Guardian: “La quantità di false notizie e disinformazione ha interessato le elezioni del 2016 su una scala senza precedenti. L’aspra polarizzazione sul social network negli ultimi 18 mesi suggerisce che Facebook stia avendo un ruolo nel dividere il mondo”. A stretto giro di posta arriva la replica lapidaria del fondatore di Mark Zuckerberg: “Personalmente, credo che l’idea che le notizie false su Facebook, e si tratta di una piccola quantità di contenuto, abbiano influenzato l’elezione è un’idea piuttosto folle”.

 Così, improvvisamente, i latori del web come antidoto alle oligarchie e ai poteri forti hanno alzato l’indice, e il sopracciglio, contro l’abbrutimento delle masse e si sono trasformati in antidemocratici. In fascisti, utilizzando gli stessi lemmi del loro vocabolario. Come i bambini dispettosi che piuttosto che perdere la partita, preferiscono portarsi via il pallone e interrompere il gioco. Ma il gioco, oramai, continua loro malgrado. La rete, come la democrazia, non funziona solo quando piace a loro. È un gioco delle parti nel quale è fondamentale non squalificare le regole, anche per tutelarsi in caso di una eventuale vittoria. La pallina della roulette non si ferma solo sul numero sul quale si è puntato, lo accetta anche il più ludopatico dei giocatori. Eppure, in politica, sembra essere un boccone troppo amaro.   

Non sappiamo come saranno gli anni trumpiani, non sappiamo se sarà un grande presidente o una figura meschina nella storia della politica statunitense. Barack Obama era stato accolto da tutto il mondo, con un carico di aspettative e speranze che – oramai concordano tutti -, non è riuscito a onorare nel corso dei suoi due mandati. Il libro di Federico Cartelli è, quindi, un manuale fondamentale per scrutare attraverso le nebbie del futuro e riuscire a capire quello che potrebbe succedere. Un’opera – libera dalle catene del pregiudizio e del politicamente corretto – che passa ai raggi X il fenomeno Trump, un fenomeno che – siamo sicuri – non si ferma in sè, ma contagerà molti aspetti della nostra vita.