Dal centro-destra al destra-centro. I trend delle regionali

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Nelle settimane delle regionali le cicliche fibrillazioni all’interno della maggioranza hanno fatto pensare all’imminente crisi di governo. Alcuni analisti considerano quasi cosa fatta la rinascita del centrodestra. I tempi della politica, tuttavia, sono variabili e assai veloci nella loro mutevolezza. Conviene davvero, ai due azionisti della maggioranza, far volare gli stracci a poche settimane delle elezioni europee? Un redde rationem appare più probabile dopo questo appuntamento elettorale. 


Il centro-destra.

È quantomai azzardato ipotizzare la rifondazione del centro-destra così come l’abbiamo conosciuto per quasi trent’anni. Già l’etichetta andrebbe, di fatto, cambiata: centro-destra non era solo un sostantivo, ma un bollino che certificava precisi rapporti di forza. È evidente, pertanto, che tali rapporti necessitano di una corretta etimologia: e anche se dovesse verificarsi la caduta di questo governo, parlare ancora di centro-destra sarebbe sbagliato, oltre che avventato. Se Salvini, Meloni e Berlusconi dovessero optare per un’alleanza elettorale di governo, questa sancirebbe la nascita del destra-centro, e non la riedizione di un centro-destra che è ormai consegnato alla storiaLa componente cosiddetta moderata rappresentata da Forza Italia – stabilmente inserita, nel Parlamento europeo, nel gruppo dei Popolari – era l’indiscutibile perno di quella coalizione e Silvio Berlusconi ne era l’altrettanto indiscutibile proprietario e front-man. Leggendo tali dinamiche con gli occhiali del presente si può considerare azzardata la definizione di partito “moderato” per Forza Italia in quanto, di fatto, la discesa in campo dell’ex Cavaliere ha rappresentato il primo esperimento vincente di populismo della storia politica italiana, ben prima che questo termine diventasse di uso comune – e spesso usato a sproposito. Gravitavano intorno al nucleo centrale di Forza Italia le altre particelle centriste dalle enigmatiche sigle – CCD, CDU –, la Lega Nord trascinata da Umberto Bossi e, infine, la componente semantica e politica di destra, Alleanza Nazionale, che rientrava nell’arco costituzionale dopo il superamento del Movimento Sociale Italiano. Alcune “deroghe” a questo assetto venivano messe in pista in occasione delle elezioni regionali, in particolare dal 2010, quando i leghisti Roberto Cota e Luca Zaia vennero eletti presidenti rispettivamente delle regioni Piemonte e Veneto. Nel 2013 Roberto Maroni diventava presidente della regione Lombardia.

Il destra-centro.

Gli equilibri del destra-centro sono molto diversi dai precedenti: Forza Italia non è più l’azionista di maggioranza e Silvio Berlusconi si è rassegnato, dopo mesi di resistenza, all’idea di accodarsi in uno schieramento guidato da Matteo Salvini. D’altronde non potrebbe essere altrimenti: la nuova Lega, priva del suffisso Nord, è una macchina da guerra che veleggia oltre il 30% dei consensi e attende solo le elezioni europee per confermare il suo primato anche a livello nazionale. Gli atomi centristi si sono, in pratica, dissolti insieme all’antica linea del consenso tracciata dall’elettorato cattolico. Forza Italia è, per ora, il secondo partito nel destra-centro: ondeggia sotto la doppia cifra e si affida alle comparsate televisive dell’ex Cavaliere per agognare qualche occasionale decimale in più. A rafforzare la destra ci pensa Fratelli d’Italia: sebbene le percentuali non siano ancora quelle della vecchia Alleanza Nazionale – ma, invero, il progetto politico non è il medesimo – il partito ha dimostrato, anche alle regionali, di essere in salute e sogna il sogna il sorpasso a Forza Italia. Se nel centro-destra erano famose le cene del lunedì tra Berlusconi e Bossi, ora l’asse si è spostato verso un polo sovranista in cui l’intesa tra Salvini e Meloni è senz’altro più naturale. Resta tutto da vedere se questo destra-centro vedrà mai la luce. Allo stato attuale, l’impressione è che sia più un sogno pragmatico di Silvio Berlusconi che un reale desiderio di Matteo Salvini.

I trend delle regionali.

Le regionali in Basilicata, ultimo appuntamento con le urne prima delle elezioni europee di fine maggio, chiudono virtualmente una fase politica che aveva visto, in precedenza, una netta prevalenza del centro-sinistra nel governo locale. La netta affermazione del centro-destra anche nelle terre lucane – settima consecutiva dopo le vittorie in Sicilia, Molise, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Abruzzo e Sardegna – rappresenta il “punto” decisivo per ribaltare una situazione che vedeva il centro-sinistra guidare, solo un anno fa, ben quindici regioni. La Basilicata ha rovesciato gli equilibri: al PD e ai suoi alleati rimangono nove regioni, mentre Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ne governano dieci. Il calendario elettorale prevede le regionali in Piemonte – nell’election day insieme alle elezioni europee – e poi, tra novembre e dicembre, in Emilia-Romagna e Calabria. Il centrodestra sogna il colpaccio anche nelle storiche regioni rosse – la Toscana si recherà alle urne il prossimo anno –, ultimi fortini del centrosinistra che vorrebbe, almeno, segnare il punto della bandiera. La Basilicata conferma la vittoria di quello che, già su queste pagine, abbiamo definito come destra-centro. La Lega, come già avvenuto in Abruzzo, Sardegna e in altre realtà locali, continua la sua crescita nelle regioni del Sud. Se il declino del consenso del Movimento 5 Stelle si specchia nelle regionali, per la Lega è vero esattamente il contrario: ad ogni tornata Salvini può esultare per risultati che fino a cinque anni prima sembravano utopici, e che confermano la leadership teorica del partito anche a livello nazionale. Il destra-centro, poi, si è visto anche in Basilicata: la Lega guida fermamente la coalizione, arrivando al 19,15% dei voti – nel 2013 non si era nemmeno presentata –, seguono Forza Italia con il 9,14% – confermando la grande difficoltà nel raggiungere la doppia cifra – e Fratelli d’Italia con il 5,91%.

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