Contro il pensiero breve

contro-pensiero-breve

In questo saggio affronto un tema molto delicato e complesso: le democrazie liberali si stanno trasformando in democrazie emozionali? Quali dinamiche socio-economiche stanno condizionando e mutando i sistemi politici occidentali? Con parole semplici e alla portata di tutti, fornisco al lettore delle “bussole” concettuali per orientarsi nella complessità. Di seguito, la postfazione di Lorenzo Castellani, professore di Storia delle istituzioni politiche presso l’Università LUISS di Roma. È possibile acquistare il saggio sul sito di EDIZIONI LA VELA e su AMAZON.


Quello di Federico Cartelli è un saggio breve ma densissimo. È un’analisi a tutto tondo sulle trasformazione della politica nel ventunesimo secolo che si nutre di dati, fatti storici e interpretazioni originali. Il pensiero dell’autore può iscriversi in una corrente verso cui, negli ultimi anni, sembrano orientarsi diversi politologi di ultima generazione che potrebbe essere definita del liberalismo realista. Un approccio che pur tenendo fede ai principi del liberalismo classico, come l’individualismo, la libertà d’impresa, il rispetto delle garanzie a tutela delle libertà personali, il dialogo come metodo di formazione della volontà politica, la limitazione del potere pubblico, riconosce la pragmatica necessità di considerare la realtà politica sotto la luce della storia e della tradizione. Come molti di noi che analizzano la politica in un tempo di cambiamenti vorticosi e privo degli ancoraggi ideologici del passato, Cartelli dimostra di avere un consistente bagaglio di letture liberali classiche e contemporanee, ma anche di non aver dimenticato la lezione di Tucidide, Machiavelli, Hobbes e Schmitt.

Osservando i cambiamenti del potere pubblico egli riconosce che questo resta una componente ineliminabile delle società umane e che “il politico”, da intendersi come conflitto capace di coinvolgere gli spiriti più irrazionali del cittadino, è un effetto disordinante sempre pronto a far saltare gli equilibri delle democrazie liberali. Questo realismo appare a chi scrive questa postfazione un elemento imprescindibile non solo per formulare un’analisi quanto più seria e veritiera, ma anche per avanzare il proprio punto di vista sulle trasformazioni del presente. Ciò fa di Cartelli uno scrittore e un analista originale rispetto ad una tradizione del liberalismo italiano che ha quasi sempre preferito astrarsi dalla realtà per confinarsi nel mondo delle idee. Inoltre, l’autore del saggio riesce anche a combinare questa sua posizione intellettuale con i grandi classici della scienza sociale contemporanea adattando gli schemi di Hirschman, Rokkan e Lipset alla politica del ventunesimo secolo: questo esercizio è prezioso, perché spesso i modelli restano tali senza scontrarsi con gli avvenimenti della storia.

Volendo qui fornire uno spunto ulteriore rispetto al saggio, a me pare che nel prossimo futuro un tema dominante sarà certamente quello del rapporto tra politica e tecnologia. Cartelli lascia intravedere i problemi di quello che chiama homo algoritmicus. Egli scrive: «La figura dello statista è stata sostituita da quella del politico artificiale, prodotto in laboratorio dagli onnipresenti spin doctor che studiano gli algoritmi, analizzano i big data, pesano i sondaggi, sondano il web, contano i follower, carpiscono gli umori dell’opinione pubblica per convertirli prima in like e poi in voti sonanti. Una politica i cui episodici interpreti sono costruiti a tavolino è destinata, tuttavia, a non avere più la statura necessaria per sedere a tavoli ben più importanti. Una politica la cui missione primaria è divenuta intercettare i byte e rincorrere il clickbait perde la sua stessa ragion d’essere, ed è condannata all’obsolescenza programmata. E l’homo videns preconizzato da Giovanni Sartori è già divenuto un homo algorithmus.» È ciò che sta accadendo, e con una battuta potremmo dire che Machiavelli nel ventunesimo secolo avrebbe augurato all’aspirante leader politico di diventare prima di tutto una web star. Tuttavia, la tecnologia colpisce la politica non solo negli aspetti comunicativi e organizzativi, ma anche nel profondo delle idee e della psicologia. Come sottolinea lo stesso Cartelli i social network hanno prodotto non soltanto complottismo e discredito per le tradizionali fonti di diffusione della conoscenza come giornali, televisioni, università e centri di ricerca, ma hanno imposto un nuovo egualitarismo delle opinioni per cui competenze ed esperienza non vengono più riconosciute a nessuno. In questa dinamica, e in prospettiva storica, il rapporto tra politico e tecnologia sembra essere una delle chiavi per comprendere i rischi che il futuro ci riserva.

La tecnologia, infatti, è l’ultimo dogma rimasto in piedi nel mondo di rovine della politica post-ideologica. Democrazie liberali o regimi autoritari, partiti populisti o tradizionali, destra, centro o sinistra non esiste regime o forza politica che non prometta maggior progresso tecnologico. Prometeo, che rubò con il raggiro agli dei il fuoco dell’intelligenza e della memoria per darlo agli uomini, è il mito che ha sostituito le fonti dell’autorità del potere politico. Alla fine del Settecento la rivoluzione francese aveva mandato definitivamente in soffitta l’autorità di Dio come fondamento del patto politico avviando il processo di secolarizzazione dal quale sono originati nuovi miti: quello dell’estensione dei diritti e, soprattutto, la promessa della crescita economica. Mentre già dal quindicesimo secolo, come insegna lo storico Reinhart Koselleck, la visione della storia aveva iniziato il suo processo di mutazione concettuale: non più dominata dal tempo infinito del divino, ma rivolta al futuro. Così il progresso irrompeva sulla scena culturale e politica.

Superato il sacro, da cui veniva fatto discendere il potere politico, e costruito lo Stato secolarizzato, la storia occidentale si apre alla corsa dello sviluppo economico e grazie al capitalismo conquista mercati, colonizza, incrocia spade e cannoni. Da un lato l’uomo occidentale ottiene libertà e diritti nei confronti dello Stato, che da leviatano monolitico si trasforma in ordinamento giuridico e sistema di garanzie, dall’altro la politica vive di promesse rivolte all’accrescimento del potere economico.

Se queste sono le due grandi svolte della modernità, si aggiunge un terzo elemento, quello dello sviluppo tecnologico.

Uccise le ideologie novecentesche, la tecnologia da mezzo si è trasformata in fine. Nel ventunesimo secolo il progresso è prevalentemente associato alla tecnologia. Come nota Cartelli non esiste campagna elettorale che non prometta smart cities, digitalizzazione, investimenti in start-up tecnologiche e nuove app per gestire il rapporto con il potere. Non esiste oggi un politico senza addetto alla comunicazione, senza gli stregoni degli algoritmi che analizzano i sentimenti della rete, senza un social media manager pronto ad accrescere like ed engagement. Così la tecnologia ha conquistato la politica e non viceversa. In pochi anni questa diventerà il conduttore attraverso cui i governi entreranno nel corpo umano attraverso i parametri biometrici rilevati da micro-sensori a fini sanitari, le big tech gestiranno i nostri dati, i nostri ricordi e guideranno le nostre scelte attraverso il gioco degli algoritmi con potenze di calcolo moltiplicate. Cosa comprare, cosa mangiare, come curarsi, quale partner scegliere e, probabilmente, cosa votare verranno suggerite dal grande cervello della rete, capace di scegliere – sulla base dei dati raccolti sulle nostre preferenze – cosa sia meglio per noi.

In questi meccanismi la tecnologia informatica ha la pretesa di essere neutrale. È davvero così? Gli algoritmi sono matematici e obiettivi, ma vengono programmati da qualcuno che sta dietro di essi. Cosa succederebbe se una grande società tecnologica privata e sostanzialmente monopolista come Google, Facebook o Twitter, decidessero di programmare i propri algoritmi in modo tale da influenzare il dibattito pubblico o il risultato delle elezioni? Nessuno lo saprebbe perché gli algoritmi sono protetti dal segreto industriale e manipolare le “masse-social” risulterebbe piuttosto semplice. Una nuova classe, quella degli informatici, si sta affacciando sulla soglia del potere pubblico e nessuno fornisce la garanzia che questi non possano essere imbelli o spietati quanto i burocrati dei regimi autoritari.

Le nuove tecnologie del ventunesimo secolo potranno ribaltare la rivoluzione umanista, con cui l’uomo ha sostituito Dio piazzandosi al centro dell’universo, spogliando gli uomini della loro autorità, e al contrario potenziando gli algoritmi.

Tuttavia i rischi per il liberalismo restano sostanziali perché, come ha scritto Tocqueville ne La democrazia in America, il dispotismo è sempre in agguato: «Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l’unico agente, l’unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?».

Le implicazioni politiche dello sviluppo tecnologico restano enormi. Il risultato potrebbe essere uno stato di polizia orwelliano, informato tanto dal potere pubblico quanto dalle grandi società della tecnologia, a cui non sfugge alcunché non solo di qualsiasi cosa facciamo, ma persino di ciò che accade nei nostri corpi e cervelli.

Già oggi la politica si muove nell’ottica della nuova religione dei dati. Governi, scienziati politici e consulenti hanno trasformato le dottrine politiche in un centro di elaborazione dati. Un nuovo scientismo avanza, rimpiazzando la politica senza ideologie e riducendo a misurazione tutto ciò che ruota intorno al politico. Tuttavia, le rivoluzioni tecnologiche si muovono più in fretta dei processi politici, determinando quella perdita di controllo che parlamentari ed elettori sperimentano già da qualche anno. Con il diffondersi della nuova religione tecnologica, il crescere del volume dei dati e della velocità con cui si diffondono, antiche istituzioni come le elezioni, i partiti politici e i parlamenti potrebbero presto diventare obsolete, perché incapaci di processare dati in maniera abbastanza efficiente. Queste istituzioni si sono evolute in un’epoca in cui la politica si evolveva più in fretta della tecnologia. Questa ha moltiplicato la complessità sociale, insieme all’affermarsi del capitalismo globale, e i governi non riescono ad elaborare risposte convincenti abbastanza velocemente. I politici contemporanei sono costretti a pensare su scala ridotta rispetto al ventesimo secolo e per questo la politica del nuovo secolo appare priva di grandi visioni. Così il governo è diventato mera amministrazione. Gestisce il Paese, ma non è più alla guida. Il dibattito pubblico non produce più autorità, né ideologie o miti. Viene da chiedersi qui se la civiltà liberale possa resistere quando tutto si riduce alla “razionalità strumentale” del progresso tecnologico e si rinuncia a costruire un saldo ordine morale che funga da base per la preservazione della società occidentale. Resta così una domanda da rivolgere a noi stessi e verso il futuro: chi gestirà le decisioni complesse nel ventunesimo secolo? La politica liberale, che riposa sul dialogo, la libertà individuale, la ricerca della verità, oppure un algoritmo, cioè una funzione matematica nelle mani di pochi? Ciò non significa essere contro la tecnologia, ma oltre la tecnologia. Intendendo che questa sola non può bastare per reggere il mondo e che la civiltà liberale dovrà essere protetta, come sempre nella storia, dalla coscienza vigile e dall’educazione dello spirito di ogni individuo. Ed è, in definitiva, in questo spiraglio che tutte le fondamentali riflessioni del saggio di Federico Cartelli possono essere ricondotte.

* Lorenzo Castellani. Classe 1989, nel 2013 consegue la laurea con lode in Giurisprudenza alla Luiss di Roma (dove attualmente insegna storia delle istituzioni politiche), e nel 2016 il dottorato in Political Science presso l’IMT di Lucca. È stato Research Associate presso il King’s College di Londra, direttore scientifico della Fondazione Einaudi e Research Fellow presso l’Einaudi Institute for Economics and Finance della Banca d’Italia. Scrive per il Foglio e List di Mario Sechi.