La nuova costituzione materiale non può più aspettare

La crisi istituzionale del nostro Paese viene da lontano e non è iniziata quest’anno. Già lo stallo del 2013 e le difficili trattative per l’elezione del Presidente della Repubblica erano segnali inequivocabili di un sistema in affanno. Le interminabili consultazioni per il raggiungimento di un accordo di governo e la “forzatura” di Sergio Mattarella sul nome di Paolo Savona impongono di riportare al centro del dibattito politico la riforma della Costituzione in senso presidenziale e federale.

La costituzionale materiale è cambiata.

«La nostra Costituzione consente di superare difficoltà e di garantire l’unità della società anche perché ha creato un sistema in cui nessuno, da solo, può avere troppo potere”. In teoria, si può anche essere d’accordo con queste parole di Sergio Mattarella, purché valgano, naturalmente, anche per il Presidente della Repubblica. Il quale, sin dal gran rifiuto opposto a Paolo Savona in primavera, ha imboccato una discutibile strada interpretativa della Carta ampiamente estensiva, sino a portare sempre più in là il raggio d’azione e d’influenza della figura presidenziale sulle dinamiche politiche. A ciò, si aggiungono le estenuanti trattative per la formazione del governo dopo le ultime elezione: una situazione che, nel suo complesso, evidenzia una questione non più rinviabile. È venuta meno quella che il grande giurista – nonché membro dell’Assemblea Costituente – Costantino Mortati definiva con la nota espressione di costituzione materiale. Lasciando da parte l’infinita disputa dottrinale riguardo a questo concetto, non s’intende comunque brandire la costituzione materiale come arma politica proponendola nell’accezione errata di costituzione vivente che dovrebbe imporsi su quella formale. Lo stesso Mortati non ne proponeva un antagonismo, bensì un reciproco completamento. In sostanza, si è progressivamente esaurito quel fondamento originario costituito dall’indirizzo politico dato dalle forze che sedevano nell’Assemblea Costituente. Si è spento, per usare le parole di Mortati, «quel nucleo essenziale di fini e di forze che regge ogni singolo ordinamento positivo», che coincide cioè con l’insieme delle regole rappresentanti l’interesse generale di una comunità in un determinato momento storico e in un determinato luogo. La costituzione materiale può esser interpretata come l’idem sentire della comunità politica, di cui i partiti si fanno portatori per eccellenza. E non è certo casuale che alla crisi della costituzione materiale corrisponda con la crisi dei partiti e del sistema di rappresentanza, nonché con un inedito attivismo del Colle che tuttavia dimentica di essere parte di una repubblica parlamentare, e non di una presidenziale.

Una Carta anacronistica.

L’interesse generale del dopoguerra era ricostruire un Paese sconfitto, devastato da un conflitto mondiale e da una guerra civile. La Costituzione fu concepita con l’intenzione d’affidare allo Stato quest’obiettivo e scritta con la retorica paternalistica che si doveva a un popolo che andava rassicurato su un avvenire quanto mai incerto. La centralità del lavoro, l’assoluta libertà dello Stato d’intervenire nell’economia e come creatore supremo dei diritti sociali, il cittadino che trova la sua dimensione privilegiata come lavoratore e nella collettività – sono i binari su cui scorre la costituzione materiale all’atto d’essere tradotta in forma scritta. Quest’impianto valoriale e programmatico ebbe il suo compimento e climax col boom economico tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando industria e settore terziario divengono i nuovi perni dell’economia a scapito dell’agricoltura. Tuttavia, fattori interni – le tensioni sociali degli anni Settanta, gli anni di piombo e il terrorismo – ed esterni – su tutti, la guerra del Kippur e la crisi energetica del 1973 – segnano la fine dell’illusione di una crescita illimitata e la crisi del modello politico, sociale ed economico sancito dalla Costituzione. Ammetterne una prematura sconfitta sarebbe stato impossibile; è così iniziato il circolo vizioso fra aumento incontrollato della spesa pubblica, consenso elettorale e debito pubblico, allo scopo di continuare a proporre il medesimo modello di sviluppo del dopoguerra. Il conto s’è rivelato salatissimo: la fine del welfare state all’italiana è la fine di quella costituzione materiale fondata sul silenzioso baratto tra asservimento al potere statale e un’illusoria protezione sociale permanente. Sono cambiati, inoltre, gli attori principali di questo processo, nazionali e internazionali. Gli scandali degli anni Novanta – la fine della «Prima Repubblica» – hanno sconvolto la geografia politica, che ha visto la dissoluzione dei grandi partiti di massa in una frammentazione che vanamente si è cercato di riportare all’interno di un maturo bipolarismo.

Presidenzialismo e riforma degli enti locali.

Una Costituzione armistiziale scritta sotto tutela delle potenze vincitrici non può più reggere il passo con le sfide del mondo globalizzato. Non si tratta, come spesso si sente affermare, solo di cambiare le regole del gioco, ma anche la natura stessa del patto fra cittadini e Stato; di ritrovare un rinnovato idem sentire che non ricada nell’errore dei sentimentalismi, ma rifondi il Paese su basi concrete. Sarebbe opportuno concentrare l’intento riformatore sulla Parte Seconda della Carta, in particolare il Titolo I, il Titolo II, il Titolo III e il Titolo V. Una riforma, dunque, lontana dall’abituale piccolo cabotaggio, ma d’ampio respiro, per cambiare completamente la struttura della Repubblica, affiancando all’elezione diretta del capo dello Stato da parte dei cittadini una radicale riorganizzazione territoriale e amministrativa in senso federale del Paese. Quando si parla di forma di governo, una tentazione diffusa è quella del trapianto costituzionale, ossia d’incollare identicamente parti d’altre Carte europee (e no) su quella italiana, senza considerare le possibilità di rigetto: ma non esistono formule magiche o preconfezionate. La scrittura – o la revisione – di una Costituzione è un’opera di sartoria, poiché ha l’obiettivo di confezionare un abito che vesta perfettamente le complesse dinamiche storiche, sociali e politiche di un Paese; e non esiste abito che possa esser indossato con disinvoltura da ogni realtà. Serve un abito nuovo per questa Italia.