Costituzione, Stato e crisi

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Pubblicato in prima edizione nel 2015 e nel 2017 in seconda edizione, in questo libro affronto un tema che, spesso, è un tabù: la sacralità della Costituzione. Alternando provocazione e analisi, propongo una profonda revisione della nostra architettura istituzionale, partendo da due pilastri: presidenzialismo e federalismo. Di seguito la prefazione di Carlo Lottieri. È possibile acquistare il libro in formato ebook o cartaceo su AMAZON.

Questo scritto di Federico Cartelli pone sotto processo uno dei miti della nostra società: quella Costituzione «nata dalla Resistenza» che, benché sia stata concepita ormai molti decenni fa ed entro un contesto culturale dominato da ideologie illiberali, continua ad apparire, agli occhi di molti, qualcosa di sacro e intoccabile. In particolare, la prima parte della Costituzione è spesso considerata un concentrato di verità assolute da imporre agli italiani fin dalla loro più tenera età.

Come Cartelli evidenzia, il testo uscito dall’Assemblea Costituente ha in sé ben poco di liberale, e la storia successiva si è incaricata di mostrarlo. In particolare, non bisogna farsi illusioni sulla capacità di tale Costituzione di proteggere veramente i diritti individuali: il testo è semmai orientato a promuovere quelle libertà positive che, nei fatti, favoriscono la più ampia espansione dell’intervento pubblico. Il fallimento della Costituzione italiana, a ogni modo, s’inquadra in un fallimento ben più generale. Anche quando sono state concepite a tutela delle libertà, spesso le costituzioni si sono rivelate largamente inefficaci. La storia degli ultimi due secoli (perfino in quell’America che per prima e con più determinazione ha scommesso sulla carta costitutiva) è stata, infatti, segnata da norme costituzionali in vario modo ignorate, liberamente interpretate, modificate. Per giunta, se una costituzione come quella americana fu essenzialmente concepita quale strumento a limitazione del governo e degli altri apparati di Stato, nei tempi successivi la visione del costituzionalismo è mutata radicalmente. E da molti decenni la costituzione è solo un modo d’organizzare il potere, e non certo limitarlo. Per questa ragione, quanti volessero metter mano alla Costituzione al fine d’allargare gli spazi di libertà dovrebbero anche chiedersi davvero se e in che misura l’attuale ordine giuridico sia schierato a protezione dei singoli, e di quale visione di tale libertà ritengano di farsi interpreti i nostri ceti dirigenti.

Riguardando i princìpi generali e gli obiettivi che s’intendono perseguire, la prima parte della Costituzione italiana obbliga a fare i conti col senso stesso che si vuole attribuire alla convivenza civile e agli istituti incaricati di proteggerla. E, se per i liberali la Carta avrebbe il compito di porre le premesse per una tutela quanto più possibile ferma e rigorosa dei diritti di proprietà, per gli statalisti d’ogni colore e bandiera sono altri gli scopi da raggiungere. Nata da un compromesso tra forze assai differenti (e nel corso dei lavori preparatorî uno dei costituenti, l’on. Meuccio Ruini, la definì come il risultato di «un anelito che unisce insieme le correnti democratiche degli “immortali princìpi”, quelle anteriori e cristiane del Sermone della Montagna e le più recenti del Manifesto dei Comunisti»), la prima parte è a pieno titolo figlia di un’età che era dominata da ideologie variamente collettiviste e nella quale perfino molti tra quanti si dicevano liberali non mostravano alcun vero interesse per l’autonomia dell’individuo di fronte al potere.

Nel trattare i rapporti civili, quelli etico-sociali, quelli economici e quelli politici, la Costituzione manifesta l’assoluta incapacità di prendere davvero sul serio la dignità della persona. Ogni principio affermato a tutela della libertà, infatti, è sempre accompagnato da qualche riserva («salvo che», «purché», «se non in base alla legge», e via dicendo). In questo quadro, per giunta, i diritti non sono altro che attributi legali, ed essi sono costantemente definiti e limitati dal potere pubblico e orientati all’interesse del «gruppo» medesimo. In particolare, l’articolo sulla proprietà (§ 42) muove da una definizione della stessa che sovverte la logica autentica di tale diritto, nel momento in cui inizia con un’affermazione («La proprietà è pubblica e privata») che non solo antepone la proprietà statale a quella privata, lo Stato agli individui, ma al contempo equipara le risorse detenute dall’apparato statale grazie alla tassazione e i beni legittimamente posseduti da quanti li hanno prodotti, scambiati o ricevuti in eredità.

Muovendo da tale premessa, la carta del 1947 adotta una prospettiva del tutto «legalista», che fa della proprietà nient’altro che il prodotto della volontà arbitraria dei legislatori. Ciò che è ancor più grave, tale incapacità di comprendere il senso e il valore autentico della proprietà è il frutto del consolidarsi dei miti più funesti della modernità statale, che la Costituzione italiana esibisce in quasi ogni sua forma. Sia per ciò che riguarda l’idea di sovranità (le cui origini vanno fatte risalire a Jean Bodin e, nella versione democratica e moderna, a Jean-Jacques Rousseau), sia per ciò che concerne l’idea d’unità e indivisibilità, frutto di logiche nazionaliste. Nel costituirsi quale potere egemone, lo Stato ha dovuto dotarsi di tali protezioni ideologiche, tali da rendere possibile il solido controllo esercitato dal potere politico sulla società e sull’economia.

In questo senso sarebbe fondamentale che un ripensamento in senso liberale delle istituzioni muovesse proprio dalla contestazione della nozione di «sovranità» (l’idea che il potere possa legittimamente sovrastare la società stessa) e quindi dalla contestazione stessa degli obblighi politici: quegli obblighi che non derivano dal dovere di non aggredire gli altri o di rispettare gli impegni assunti, bensì dalla necessità d’obbedire al potere costituito. E, perché altre istituzioni più aperte e liberali si affermino, sarebbe utile che si aprisse finalmente una discussione sulla sacralità dell’unità territoriale, poiché una vera competizione istituzionale può affermarsi solo se viene riconosciuto a ogni comunità il diritto di farsi autonoma, facendo sì che sboccino mille fiori e che le logiche centraliste lascino il posto a una sana competizione tesa a ridurre l’invasività delle norme e il gravame fiscale.

Una classe politica attenta alle ragioni della libertà dovrebbe considerare inammissibile larga parte del testo costituzionale, e impegnarsi in una vera riscrittura. A tale proposito, queste pagine di Cartelli hanno allora il merito di richiamare l’attenzione su ciò e mettere in discussione un mito: contestando una religione oppressiva e incapace di rispettare l’uomo nella sua dignità.

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