Il piano inclinato delle democrazie liberali

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Negli anni post-’68 e durante la crisi petrolifera degli anni ’70 c’era chi, come Willy Brandt, era convinto che l’Europa avesse davanti al massimo altri 20-30 anni di democrazia, per poi tornare a essere preda di regimi dittatoriali. La crisi contemporanea ha caratteristiche simili a quella degli anni’70, ma accentuate e accelerate per ragioni socio-culturali e antropologiche.

Diceva Winston Churchill, “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre”. Il regime storicamente più giovane è anche quello che vive più frequentemente periodi di crisi (reali o presunti) per la sua natura pluralistica, di società aperta, fondata sulla tutela del dissenso e sulla sua continua messa in discussione. Di fatto, non c’è periodo della sua breve storia che non sia costellato da opere e autori che parlano di crisi e di rischi di crollo del regime. La fase attuale, dunque, non fa eccezione. Basti pensare che negli anni post-’68 e durante la crisi petrolifera degli anni ’70 c’era chi, come Willy Brandt, era convinto che l’Europa avesse davanti al massimo altri 20-30 anni di democrazia, per poi tornare a essere preda di regimi dittatoriali.

La crisi contemporanea ha caratteristiche simili a quella degli anni’70, ma accentuate e accelerate per ragioni socio-culturali e antropologiche.

Nel volume The Crisis of Democracy, curato da Crozier, Huntington e Watanuki nel 1975, si sosteneva che le sfide alla democrazia fossero di tre tipi:

  • sfide di scenario: minacce alla sicurezza dovute alla Guerra Fredda, crescita del prezzo del petrolio e crisi petrolifera;
  • dinamiche sociali: crescita di movimenti populisti, élites intellettuali, mass media e altre forze in grado di minare la tenuta del regime democratico;
  • caratteristiche intrinseche della democrazia: debolezze “strutturali” tipiche di un regime che necessita di legittimazione e consenso e di un alto rendimento politico per funzionare al meglio.

Oggi sono cambiate le sfide di scenario, ma per il resto tutto sembra ancora pienamente attuale, nel “menù” delle minacce alla democrazia.

In più, esistono sintomi nuovi rispetto ad allora. In tutte le democrazie c’è un calo tendenziale di fiducia verso i politici di professione, i partiti e le assemblee rappresentative. Inoltre, è in atto un trend di calo della partecipazione elettorale, di incremento della volatilità aggregata (sempre più elettori cambiano opzione di voto da un’elezione all’altra), di aumento del numero dei partiti, di crescita del tasso di innovazione partitica (nascono e muoiono sempre più partiti e sempre in meno tempo).

A tutto ciò va aggiunto il sintomo “populista”. Diamanti e Lazar (2018) hanno definito “popolocrazia” la tendenza diffusa verso lo stile dominante dei partiti populisti che produce mimetismo negli altri partiti e si incarna nella democrazia immediata e im-mediata, cioè contro ogni complessità e mediazione e in favore di un popolo che torna sovrano assoluto attraverso i nuovi portatori della “volontà generale”.

La conseguenza sistemica più preoccupante di questa deriva è messa in luce da Mounk (2018) che sottolinea come il nuovo accento sulla “forza del numero” – l’appello continuo al popolo – stia mettendo seriamente in discussione il liberalismo, cioè lo stato di diritto, la forza delle regole. Siamo, a suo dire, nel pieno di una degenerazione verso democrazie illiberali, il cui sintomo (e vettore) principale è la crescita continua dei partiti populisti e del loro stile e modus operandi sempre diffuso, perché vincente.

Se sommiamo questi trend abbiamo uno scenario abbastanza chiaro. La democrazia procede verso il disimpegno politico, la scarsa partecipazione, una evidente crisi della rappresentanza, un’imprevedibilità di fondo dei comportamenti elettorali e una tendenza generalizzata verso movimenti populistici, che non sembra mettere in discussione il regime democratico tout court – sebbene lo stesso Mounk parli già di “deconsolidamento democratico” – ma che senz’altro destabilizza il sistema politico, quanto meno al livello delle istituzioni, delle classi dirigenti e del rendimento dei governi.

Per anni, i politologi hanno cercato di spiegare le crisi mediante variabili prettamente politiche: la crisi dei partiti e della rappresentanza, le scarse performance dei governi e i limiti di accountability, ecc. La mia tesi è diversa. La politica democratica paga i limiti della nuova antropologia contemporanea, dalla postmodernità alla digital transformation

Se le democrazie faticano e tendono sempre più verso “popolocrazie” e verso la “cerimonia cannibale” (Salmon 2014) dei politici di professione, la ragione è legata alle metamorfosi del demos.

Siamo noi a essere cambiati, drasticamente, negli ultimi decenni. E soprattutto siamo molto diversi da ciò che il razionalismo modernista aveva previsto. Dovevamo assistere al trionfo della razionalità, del sapere, del potere derivante da un popolo virtuoso e informato da mass media corretti e professionali, dell’agire comunicativo, della democrazia rappresentativa di qualità che assume la forma di una poliarchia selettiva (Sartori, 1993) e così via. Ci ritroviamo in democrazie dominate dall’emozione pubblica, dall’analfabetismo funzionale e di ritorno, da mass media sensazionalistici, disinformanti e talvolta manipolatori, dalla mediocrazia come selezione al rovescio della classe dirigente, dalla followship al posto della leadership in una sequela di (presunti) leader “usa e getta” che plasmano l’offerta politica in base all’auscultazione delle nostre pance. 

Sono “democrazie dell’immaginario”, in cui il percepito e il neoreale mediatico e “finzionale” domina sul reale, le emozioni e le intuizioni surclassano la logica e il ragionamento, l’immagine sovrasta il testo scritto, l’istantaneo ha annichilito il lungo periodo, la “verità” fattuale è stata sostituita dall’interpretazione ad personam, confortevole e rassicurante, le politiche simboliche (annunciate) valgono molto di più di quelle reali (fatte). Sono cambiamenti che riguardano tutti noi, nel nostro vissuto quotidiano e vanno ben oltre la politica. Quest’ultima può solo adeguarsi, a fatica, a un demos istintivo, distratto e capriccioso, cercando di persuaderlo e colpire la sua attenzione come può, surfando nella piena incoerenza su un’opinione pubblica ondivaga e cangiante (quasi) istante per istante.

Il problema è capire dove condurrà questo piano inclinato. Quale sarà il punto di caduta di questo processo. Se cioè la democrazia, in prospettiva, è davvero a rischio o se invece riuscirà a sopravvivere trovando un “equilibrio instabile”, oggi difficilmente immaginabile perché poggiato su un demos ormai praticamente privo di costanti e di credenze stabili, concentrato su un eterno istante carico di emozioni che si riazzera istante per istante.