Demopatia. Intervista a Luigi Di Gregorio

demopatia

Demopatia. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico – disponibile presso la Libreria Del Ponte e di cui è possibile leggere il riassunto abbonandosi alla piattaforma Tramedoro – è il nuovo libro di Luigi Di Gregorio, esperto di comunicazione politica e professore di Comunicazione Pubblica, Politica e Sfera Digitale e di Web e Social Media per la Politica presso l’Università della Tuscia. Questo libro rappresenta senza dubbio una lettura obbligata per tutti coloro che intendono orientarsi nelle dinamiche contemporanee che legano politica, media e web. Ne ho parlato con l’autore.

Professor Di Gregorio, perché “Demopatia”? Il popolo è malato?

Diciamo che è cambiato. Sta vivendo una transizione antropologica che non aiuta le democrazie per come le abbiamo conosciute e concepite. In questo senso si può parlare di demopatìa. Il demos è sempre meno soddisfatto dei sistemi politici democratici, ma la ragione principale di quell’insoddisfazione risiede nel demos stesso. Quasi sempre si cerca di individuare il responsabile della crisi delle democrazie nella politica o nel sistema mediatico. Io cerco di spiegare che politica e mass media fanno in realtà ciò che devono fare, per ragioni di contesto, di incentivi selettivi. Se la politica è personalizzata, mediatizzata, “pop”, spettacolarizzata, in campagna permanente, ciò avviene per ragioni sistemiche. Se i media sono l’esaltazione dell’immagine, dei frammenti, del sensazionalismo, del voyeurismo, idem. Le ragioni di questi vicoli-ciechi siamo noi. In parte per caratteristiche costanti (cioè per come siamo sempre stati), in parte per ciò che stiamo diventando nell’era contemporanea, post-moderna e digitale. 

Quali sono i sintomi principali di questa “malattia”?

I sintomi di crisi delle democrazie sono tanti e abbastanza noti: dal calo tendenziale della partecipazione elettorale, all’incremento della volatilità, alla crescita del numero dei partiti, alla durata sempre minore dei governi, all’incremento dell’utilizzo dei referendum e delle consultazioni online su temi più disparati, per evitare di prendere decisioni impopolari. I sintomi della crisi del demos, invece, hanno principalmente tre grandi motori: la transizione postmoderna, la società dei consumi, le innovazioni tecnologiche. Questi motori, lavorando in sinergia, hanno trasformato l’individuo occidentale in pochi decenni, incrementando l’individualizzazione, la perdita del senso sociale, la fine delle credenze stabili (le cd. grandi narrazioni), la crisi del sapere, delle autorità cognitive, delle istituzioni, il narcisismo, la sindrome consumistica (l’usa e getta come filosofia di vita).

Una volta si diceva: “Se non comunichi, non esisti”. Questa regola è ancora valida o è cambiata?

Oggi la regola è: “se non sei percepito, non esisti”, che è un salto ulteriore. Nel mondo dell’auto-comunicazione, tutti siamo emittenti, ma tutti siamo anche destinatari. Il mercato delle informazioni è saturo e febbrile e la risorsa più importante è la nostra (scarsa e breve) attenzione. Il ciclo di vita di una notizia – o di una qualunque informazione online – è ormai brevissimo, spesso si tratta di qualche ora. Per tale ragione, ogni emittente ragiona seguendo una logica molto semplice, che poi è la cosiddetta media logic. Se ogni notizia, ogni post, ogni selfie, ogni tweet, ogni diretta su Facebook compete in un mercato immenso, ha solo un modo per catturare la nostra attenzione: deve colpirci, essere spiazzante, stimolare il nostro Sistema 1, direbbe Kahneman, ossia la nostra intuizione, il percepito, il pre-razionale. Riempire, così, qualche ora di attenzione, per poi prepararsi e prepararci al prossimo stimolo.   

Quali effetti psicologici e sociali hanno avuto le tecnologie digitali sull’individuo post-moderno?

Tutte le innovazioni tecnologiche ci cambiano profondamente. “Il mezzo è il messaggio” di McLuhan è una formula da scolpire nella pietra. Dalla ruota e dal fuoco fino agli smartphone e ai social network, ogni innovazione tecnologica ha cambiato le persone in profondità. In questo senso, la digital transformation è una trasformazione antropologica, non solo tecnologica. L’era digitale ha incrementato una serie di tendenze già avviate dall’avvento dei mass media, specie rafforzando alcune logiche tipicamente televisive: la centralità dell’immagine, la personalizzazione, i frammenti che prevalgono sul contesto, l’incoerenza che diventa la regola, l’emozione che domina sul ragionamento, la superficialità che prevale sull’approfondimento, l’oblio immediato, il neo-reale mediatico che plasma il reale fisico. E la velocità come regola aurea. Se ci pensiamo, ciò che viene modificato più di ogni cosa dalle innovazioni tecnologiche è il nostro rapporto con tempo e spazio. Mi pare evidente che oggi noi viviamo il tempo come una serie di punti autonomi, ognuno dei quali va riempito di gratificazioni, di dopamina. Anche aspettare che al semaforo scatti il verde diventa un’opportunità per scorrere la time-line di un social network. È stato addirittura dimostrato che gli acquisti d’impulso in fila alla cassa dei supermercati (caramelle, cioccolatini, ecc.) siano andati in crisi perché ormai quando stiamo in fila preferiamo immergerci negli smartphone. È più gratificante per l’ego narcisistico contemporaneo, una gratificazione più immediata e più potente. 

In che modo il modello di Rokkan e Lipset può aiutarci a “mettere in ordine” la complessità odierna?

Ci può aiutare a comprendere alcune dinamiche recenti nei sistemi politici democratici. Ad esempio, il fatto che la sinistra tenda a vincere nelle metropoli globali e nei centri delle grandi città, mentre la destra tenda a vincere nelle periferie delle città e nelle periferie degli Stati. Alcuni hanno richiamato la frattura “città-campagna”, ma impropriamente. La linea di frattura è più culturale, a mio avviso, per cui ha più senso quella tra centro e periferia, anche se va re-interpretata e aggiornata. Io la definisco frattura “Interno-Esterno”. Oggi viviamo in un mondo globalizzato, per cui il centro culturale è diffuso e globalizzante. Quel centro è costituito dalle grandi metropoli globali che solitamente costituiscono anche la sede privilegiata del terziario avanzato: finanza, mass media, editoria, moda, marketing e pubblicità, ICT, show business e industria culturale. In altri termini, i servizi che dominano e regolano tutto il nostro quotidiano da consumatori, il mondo mainstream, l’Interno. Quel mondo crea realtà tra loro molto simili e omologanti: chi vive e lavora a Isola a Milano verosimilmente si sente molto più a casa nella City di Londra che nella periferia milanese. Sempre quel mondo è tendenzialmente di sinistra, global e liberal, quasi ossessionato dal politicamente corretto. Tuttavia, seguendo le proprie logiche ha finito per creare i suoi anticorpi nelle periferie, l’Esterno. La società dei consumi ci allena all’insoddisfazione e, di conseguenza, all’invidia sociale. I media ci allenano a realtà ingigantite nel nostro percepito per ragioni di media logic, di “vendita” delle notizie. Ecco, allora, che il percepito delle periferie diventa nel tempo sempre più spaventato da fenomeni allarmanti, invidioso e rancoroso nei confronti di chi occupa quel “centro”. E quando qualche imprenditore politico, a destra, decide di rappresentare quel mondo “esterno” rispetto al mainstream trova inevitabilmente un’autostrada. Che nasce nel percepito più che nel reale. 

Qualche giorno fa la Camera ha dato l’ok definitivo per il taglio del numero dei parlamentari. Cosa pensa di questo provvedimento?

Penso che sia giusto, ma non nel modo in cui ci è stato presentato. L’Italia ha un numero di parlamentari più alto rispetto a paesi simili per popolazione, quindi in astratto si può essere d’accordo. E in effetti sia la riforma del 2006 sia quella del 2016 – poi bocciate dai referendum – di fatto riducevano il numero dei parlamentari. Tuttavia, quelle riforme erano più articolate e inserivano il taglio del numero dei parlamentari in un disegno costituzionale complessivo. Tagliare quel numero senza affrontare tutto il resto ci dice solo una cosa: che ha prevalso, appunto, la lettura dell’invidia sociale e del rancore. D’altronde, a livello di opinione di massa, è passato il messaggio del taglio delle “poltrone”, anche più di quello del risparmio, che peraltro è risibile. Il messaggio è: ci saranno 345 fortunati in meno; 345 “poltronari” in meno, benestanti e pieni di benefit con cui prendersela. Quello che ci deve far riflettere, tuttavia, è anche il voto praticamente unanime in Parlamento. Quel dato ci dice che nessun partito (a eccezione di +Europa, mi pare) ha voluto anche solo provare a opporsi argomentando. Tutti hanno ormai introiettato una regola chiara delle democrazie “malate” contemporanee: mai essere impopolari. Per tali ragioni, nel mio libro, parlo di sondocrazie e di leadership che in realtà sono followship. La classe politica misura h/24 le oscillazioni dell’opinione pubblica e cerca di ri-collocarsi in linea con le opinioni maggioritarie. Questa chiaramente non è leadership. 

Abbassare l’età di voto a sedici anni, come hanno proposto alcune forze politiche, può essere un rimedio alla demopatia?

Personalmente non credo proprio. Il diritto di voto non implica che aumenti l’interesse o la partecipazione alla vita politica. O anche solo la voglia di informarsi. Ma soprattutto di che tipo di informazioni parliamo? Se il circuito politico-mediale viaggia su “istanti pieni” mirati a solleticare e a sollecitare emozioni e a mobilitare tifosi, spesso con notizie ingigantite e con non-notizie elevate a notizie solo per ragioni di “vendita”… pensiamo che gli adolescenti siano immuni da questo circuito? Al contrario, non ne hanno mai conosciuto un altro. Aggiungo un tassello “psico-sociale”: sono numerosi ormai gli studi che dimostrano che l’infanzia si sia allungata. E che l’adolescenza arrivi oggi fino trent’anni, in molti casi. Addirittura ci sono ricerche che affermano che la maturità piena si raggiunga dopo i 50 anni. Insomma, provoco: forse l’età per il diritto di voto andrebbe alzata più che abbassata.