(Dis)Unione Europea. Per un euroscetticismo razionale

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All’alba del Duemila gli Italiani erano i più europeisti del continente: il 73% dichiarava di avere fiducia nell’Europa e nelle sue istituzioni. Oggi, l’Italia è il Paese dove è più marcata la disaffezione nei confronti di Bruxelles, ma i risultati delle recenti elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo hanno mostrato una crescita dei movimenti euroscettici anche negli altri Stati membri. Cos’è successo all’Unione europea? Perché ha smesso di rappresentare un orizzonte comune per i popoli del Vecchio Continente? Questo volume, che offre una ricognizione storica e geopolitica dell’irrisolta crisi dell’Unione, rappresenta una base culturale per un euroscetticismo razionale e propositivo, al fine di favorire un dibattito su visioni politico-istituzionali alternative all’attuale Unione. “(Dis)Unione Europea”, con prefazione di Nicola Porro, contiene i saggi di: Federico Cartelli, Marco Gervasoni, Giovanni Sallusti, Federico Punzi, Carlo Lottieri ed è disponibile per l’acquisto sul sito di Historica Edizioni, su Amazon e in libreria.


«Un oggetto politico non identificato». Nella sterminata letteratura scientifica che studia la nascita e l’evoluzione – o forse si dovrebbe parlare d’involuzione – dell’Unione europea, la definizione più valida e aderente alla realtà è senza dubbio quella proposta nel 2004 dal professor Jacques Ziller. A più di sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, che hanno posto la prima pietra del processo d’integrazione, l’Unione europea è impantanata in un limbo e provata dalle molteplici crisi che ne hanno fiaccato le fragili fondamenta. Il perdurare dello stallo e la difficoltà nell’individuare una via d’uscita fanno passare in secondo piano anche uno dibattiti più accesi nelle aule accademiche sulla natura federale o confederale dell’Unione. Un rebus che può stimolare intellettuali e ricercatori, ma che non appassiona i cittadini europei, sempre più critici verso Bruxelles, e ai quali poco importa sapere se l’Unione sia simile ad una federazione che possiede alcune caratteristiche di una confederazione o viceversa. Non c’è più tempo per risolvere enigmi né per i giochi di parole; potrebbe, invece, essere il momento giusto per andare oltre le classificazioni tradizionali e provare ad elaborare nuovi modelli. Altrimenti la «crisi esistenziale», come l’ha definita Jean-Claude Juncker nel discorso sullo stato dell’Unione del 2016, sarà irreversibile e porterà ad epiloghi disastrosi.

L’esito delle ultime elezioni europee è stato lo specchio di tale crisi. L’establishment di Bruxelles, impegnato unicamente ad alzare le barricate contro il pericolo sovranista, ha cantato vittoria. Per giorni, i media mainstream hanno ripetuto, come un mantra, che «nulla è cambiato» e il tentativo da parte delle forze “populiste” di cambiare gli equilibri nel Parlamento europeo è clamorosamente fallito. È davvero così? Il 15 luglio 2014 Jean-Claude Juncker è stato eletto presidente della Commissione dal Parlamento europeo con 422 voti favorevoli, 250 contrari e 47 astenuti. Il 16 luglio 2019 Ursula von der Leyen è succeduta a Juncker ottenendo numeri completamente diversi: 383 voti favorevoli, 327 contrari, 22 astenuti e un voto nullo. Numeri inferiori anche quelli, molto bassi, registrati da José Barroso per il suo secondo mandato. La maggioranza è stata ottenuta per soli 9 voti: le forze europeiste che sostenevano la candidata – Popolari, Socialisti, liberali e centristi –, infatti, sono state tutt’altro che compatte e alla fine hanno contato più di 70 franchi tiratori tra le proprie fila. Decisivi si sono rivelati i 14 voti del Movimento 5 Stelle e i 26 dei sovranisti ungheresi e polacchi. Dunque, «nulla è cambiato»?

(Prima pagina del saggio di Federico Cartelli)