Doing Business 2020: l’Italia scende di sette posizioni

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Doing Business, un appuntamento annuale

Elaborato per la prima volta nel 2003, il rapporto Doing Business presentato annualmente dalla World Bank in collaborazione con l’International Finance Corporation è ormai diventato una pubblicazione di riferimento per i policy maker nonché un vero e proprio vademecum per gli investitori internazionali. La premessa di ogni rapporto Doing Business è che un’azienda, per raggiungere il massimo delle proprie potenzialità e cogliere gli obiettivi che si è prefissata, deve poter agire in un contesto di libertà economica: ad esempio, devono essere definiti con chiarezza i diritti di proprietà, la risoluzione delle controversie deve essere celere e non troppo onerosa, la tassazione ragionevole. Pertanto, nello studio viene stilato l’ease of doing business rank – arrivato a comprendere ben 190 Paesi, dai 133 del 2003 – nel quale gli Stati vengono posizionati in base alla loro capacità di offrire un contesto il più possibile business-friendly.

La classifica è composta mediante l’ease of doing business score, che funge da indicatore aggregato delle performance ottenute da ogni Paese in dieci aree (topics) dell’ambiente normativo, burocratico e regolatorio nel quale si trova ad operare una piccola-media impresa sin dalla sua nascita: avvio (starting a business), ottenimento dei permessi edilizi (dealing with construction permits), esecuzione dei contratti (enforcing contracts), trasferimento di proprietà immobiliari (registering property), utilizzo di energia elettrica (getting electricity), accesso al credito (getting credit), pagamento delle imposte (paying taxes), tutela degli investitori (protecting minor investors), commercio transfrontaliero (trading across borders), dispute commerciali e procedure concorsuali (resolving insolvency). Oltre a queste, vengono altresì esaminate altre due aree – condizioni dei lavoratori (employing workers) e rapporti con la pubblica amministrazione (contracting with the government) – che, tuttavia, non concorrono all’elaborazione del ranking. Ognuno dei dieci ambiti prevede una serie di indicatori secondari che vengono annualmente aggiornati e che compongono lo topic score di ogni singola area. Vengono esaminati due tipi di dati: da un lato vengono presi in considerazione leggi e regolamenti, dall’altro movimenti e tempistiche che misurano l’efficacia con la quale una normativa viene attuata.

Doing Business 2020: Italia in calo

Nelle prime due posizioni del ranking 2020  troviamo Nuova Zelanda e Singapore – invariate rispetto al 2019 – e Hong Kong che guadagna il podio a scapito della Danimarca. È interessante notare come nei primi dieci posti non vi sia alcun Paese appartenente all’eurozona: gli Stati europei nella top ten sono Danimarca (quarta, davanti a Corea del Sud, Stati Uniti e Georgia), Regno Unito (ottavo), Norvegia (nona) e Svezia (decima). L’Italia occupa il 58esimo posto – preceduta da Kosovo, Kenya, Romania, Cipro e Marocco – in calo di sette posizioni rispetto all’anno precedente e di ben dodici rispetto al 2018. Negli ultimi anni sembra avviato, dunque, un consolidato trend negativo. Cinque anni fa l’Italia occupava il 56esimo posto; dieci anni fa il 78esimo. Considerando un arco temporale più ampio, il miglior risultato registrato dall’Italia è il 45esimo posto del 2016. Nel grafico seguente, tratto dalla specifica sezione del rapporto dedicato all’Italia, possiamo vedere i relativi topic scores del nostro Paese, che può vantare buone performance in aree come starting a business e trading across borders, ma pessime in altre, in particolare getting credit e paying taxes. In quest’ultima area, balza inevitabilmente all’occhio un total tax and contribution rate pari al 59,1% del profitto: un vero e proprio salasso fiscale. Grandi difficoltà, per le imprese italiane, anche per ciò che concerne l’accesso al credito.

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Tuttavia, si rende necessaria una precisazione sulla metodologia di ricerca adottata nel rapporto Doing Business. Lo score aggregato, valido per la composizione della classifica, si riferisce ad uno scenario di studio riferito alla più grande business city di ogni Paese. Solo per le economie di undici Paesi, che hanno una popolazione maggiore di 100 milioni di persone dal 2013 – Bangladesh, Brasile, Cina, India, Indonesia, Giappone, Messico, Nigeria, Pakistan, Federazione Russa e Stati Uniti d’America – viene esaminata anche la seconda più grande business city. Per ciò che concerne l’Italia, è stata presa come riferimento la città di Roma. Si potrebbe, dunque, facilmente obiettare che il quadro risultante dal rapporto Doing Business è parziale e, forse, non pienamente realistico. Per questo, per alcuni Paesi il rapporto è integrato con un approfondito rapporto sub-nazionale, che esamina in maniera esaustiva l’ambiente business di altre città oltre a quella di riferimento. La situazione del nostro Paese è analizzata nel dettaglio nel report Doing Business in the European Union 2020: Greece, Ireland and Italy, nel quale oltre a Roma vengono esaminate: Torino, Milano, Padova, Genova, Bologna, Firenze, Ancona, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Cagliari.

Tale appendice – che prende in considerazione cinque tra le dieci aree di riferimento, ovvero: starting a business, dealing with construction permits, getting electricity, registering a property, enforcing contracts – mette in luce aspetti particolarmente interessanti, forse ancor più significativi rispetto alla mera posizione dell’Italia nel ranking. Emergono, infatti, notevoli differenze territoriali, che si riflettono in altrettanto notevoli differenze di score fra le città prese in esame. Ad esempio, a Milano ed Ancona è molto facile avviare un’impresa, mentre è molto difficile affrontare la parte burocratica riguardante le proprietà immobiliari e l’elettricità. Al contrario, Roma registra lo score migliore nella registrazione delle proprietà immobiliari, ma il peggiore per iniziare un business. Palermo, Reggio Calabria e Napoli mostrano difficoltà che si declinano, soprattutto, in lunghissimi tempi di attesa. Bologna è l’unica città, tra le undici prese in esame, che può vantare una posizione nella parte alta della classifica in tutte e cinque le aree considerate; dieci città possono vantare la migliore performance in almeno uno degli indicatori secondari, come mostra la tabella seguente.

doing-business-italiaInteressante, in tal senso, il suggerimento della World Bank: se Roma – che, come ricordato in precedenza, è la città-campione per il rapporto Doing Business – adottasse la best practice di ognuna di queste città, la posizione globale dell’Italia nel ranking migliorerebbe di ben quindici caselle, arrivando al 43esimo posto. Nell’era della quarta rivoluzione industriale, sarebbe il caso di prendere in considerazione il consiglio.


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