Euroscetticismo in crescita: non è colpa dei “populisti”

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Nella maggior parte delle analisi i partiti “populisti” sono accusati di essere i responsabili della profonda crisi nella quale versa l’Unione europea. È davvero così? La verità è che la comparsa dei partiti “populisti” è relativamente recente: essa è un effetto, non una causa, dell’euroscetticismo.

L’Italia è il Paese più euroscettico.

L’Italia è il Paese più euroscettico dell’Unione europea. Questo è il dato del rapporto Eurobarometro “Un anno prima delle elezioni europee del 2019” che ha maggiormente sorpreso gli analisti. Se nel nostro Paese si svolgesse un referendum per un’ipotetica Italexit, solo il 44% voterebbe per rimanere nell’Unione, il 24% vorrebbe uscirne e il 32% si dichiara indeciso. Tra gli europei solo il 17% si dice favorevole all’uscita. In verità, non v’è nulla di cui essere sbalorditi: l’Italia, già da diversi anni, è uno dei Paesi dove si è maggiormente diffuso un sentimento di disaffezione, quasi di rancore, verso l’Unione europea. Eppure, un’indagine condotta nel 1998 dalla Fondazione Nord Est che ho ripreso nel mio saggio “Contro il pensiero breve – Capire la crisi delle democrazie liberali”, mostrava come gli Italiani fossero un popolo convintamente europeista, anzi il più europeista. Ben il 73%, infatti, dichiarava di avere fiducia nell’Europa e nelle sue istituzioni; più di spagnoli (60%), francesi (57%), tedeschi (42%) e britannici (40%). Un entusiasmo confermato anche dal referendum di indirizzo del 18 giugno 1989, con il quale ben l’88,03% degli Italiani conferiva al Parlamento europeo un mandato per redigere un progetto di Costituzione europea. L’introduzione dell’euro è stata accompagnata dal medesimo ottimismo: la moneta unica era considerata un’occasione di riscatto e un’opportunità di benessere, ma dalla fine del 2002 iniziava già a intravedersi la fine della luna di miele tra gli Italiani e l’Unione. Nel 2003, la percentuale di coloro che ritengono l’euro un vantaggio senza se e senza ma scendeva dal 23 al 7; al contrario, quella di coloro che lo ritenevano una complicazione ingiustificata sale dal 16 al 45. Il successivo scoppio della crisi economica ha fatto tracimare il malcontento: quale sia l’istituto di rilevazione scelto, le indagini demoscopiche mostrano che la fiducia nell’Europa è precipitata. Per Demopolis, la parabola discendente è lenta e inesorabile: si passa dal 51% del 2006, al 48% del 2010, al 41% del 2012, sino al definitivo crollo del 2014 (32%) e del 2015 (27%). Per SWG, il gradimento degli italiani verso le istituzioni europee passa dal 55% del 2010 al 38% del 2017. Il risultato non cambia: eravamo il Paese più europeista, oggi siamo tra i più euro-scettici. Quali sono i motivi che hanno portato a questo cambio di rotta?

I partiti “populisti” come capro espiatorio.

La risposta più facile e scontata è attribuire ai partiti “populisti” la responsabilità di questo progressivo crollo di consensi verso l’Unione europea. Tuttavia, molti analisti sembrano avere la memoria corta. Prendendo il già citato 2002 come anno di riferimento per l’inizio del sentiment euroscettico, occorre sottolineare che in quel periodo di partiti “populisti” non v’era traccia: il Movimento 5 Stelle non era ancora stato fondato e la Lega – allora accompagnata ancora dal suffisso Nord – attraversava una delle fasi più critiche della sua storia, con un consenso di poco inferiore al 4%. Nel 2002, il Sussex European Institute ha pubblicato uno studio dal titolo The Party Politics of Euroscepticism in EU Member and Candidate States che offre un quadro ancora più realistico sull’andamento dell’euroscetticismo. In primo luogo, il rapporto distingue tra hard euroscepticism e soft euroscepticism. Nel primo rientrano quei partiti che sostengono la necessità, per il proprio Paese, di uscire dall’Unione, e lottano per un modello d’integrazione europea completamente diverso da quello attuale. Nel secondo vengono inseriti i soggetti politici che non propugnano l’uscita dall’Unione né si oppongono al processo d’integrazione europea, ma limitano le proprie critiche solo a determinate policy di Bruxelles. Ebbene, negli allora quindici Paesi membri, le due tipologie di euroscetticismo erano pressoché inesistenti o ridotte alla marginalità elettorale, con le due eccezioni di Francia – dove il Front National poteva vantare una percentuale a due cifre – e, ovviamente, il Regno Unito, dove i Conservatori da sempre incarnano lo spirito più critico nei confronti di Bruxelles. La verità è che dagli anni Sessanta del Novecento sino ad almeno i primi anni Duemila, il processo d’integrazione europea ha potuto contare su di una sostanziale mancanza di opposizione organizzata a livello partitico nei Paesi membri e, parallelamente, su di un pressoché incondizionato sostegno mediatico, nonché su di una larga approvazione nelle opinioni pubbliche continentali.

Le vere cause dell’euroscetticismo.

Allargando la prospettiva, è possibile individuare negli altri dati del rapporto Eurobarometro i veri fattori che hanno determinato il cambio di rotta verso l’euroscetticismo. Il 65% si dichiara favorevole all’euro, ma solo il 41% è soddisfatto del modo in cui la democrazia funziona nell’Ue; il 59% individua nella mancanza di fiducia nel sistema politico una delle cause principali del non voto alle prossime elezioni europee, e solo il 30% ritiene che la propria voce abbia un peso nell’Ue. Alcuni economisti si sono divertiti a ironizzare sull’ignoranza – manco a dirlo, il solito popolo primitivo – degli Italiani, che cadrebbero in contraddizione strizzando l’occhio all’Italexit, ma desiderando mantenere la moneta unica. Non v’è alcun paradosso: basterebbe, senza presunzione, leggere tra le righe. Gli Italiani, lungi dall’essere ignoranti, sono pienamente consapevoli che per il nostro Paese sarebbe molto pericoloso abbandonare, di punto in bianco, l’euro. Il vero malcontento si indirizza, dunque, verso il sistema istituzionale dell’Unione europea, che da molto tempo è preda di una profonda crisi di legittimità. Tale crisi, giova ripeterlo, non è stata provocata da dai “populisti”, né dai tanto temuti “sovranisti” di Visegrád. Ha una data d’inizio ben precisa: 2 giugno 1992, ovvero il giorno in cui il 50,7% dei Danesi bocciò la ratifica del Trattato di Maastricht. Si trattò del primo, fragoroso “stop” dei cittadini europei al processo di integrazione: il primo avvertimento popolare recapitato a Bruxelles. Inutile, ora, lamentarsi dell’euroscetticismo, che continuerà a crescere sino a quando non si deciderà di superare questa Unione.

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