Gilet gialli, Francia in crisi economica e politica

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Gilet gialli, ma non solo. La Francia, già da qualche anno, è in affanno, dal punto di vista economico e politico. Macron ha ereditato un Paese provato dalla disastrosa presidenza di Hollande, ma la luna di miele con i francesi sembra già finita.

Macron come Renzi?

I gilet gialli ci ricordano che i tempi della politica si misurano, ormai, con la velocità di un click. Così, può capitare che il presidente più giovane della storia francese, eletto con più del 65% dei voti solo a maggio del 2017 e nettamente vittorioso anche nelle elezioni legislative del giugno seguente, sia sprofondato rapidamente in una crisi di consenso e di legittimità che all’Eliseo non ha eguali. Macron, lhomo novus costruito a tavolino insieme al suo partito En marche! nei salotti della tecnocrazia e nei laboratori degli spin-doctor, ha mostrato evidenti limiti caratteriali e gestionali, sia nell’organizzare internamente il partito, sia nel rapportarsi con la sua stessa squadra di governo. L’astro nascente della politica francese si sta bruciando in fretta, scontando non solo un’eccessiva arroganza ma finendo col compiere i medesimi errori dei partiti tradizionali tanto criticati nel corso della sua campagna elettorale. Molti, anche in Italia, sempre alla ricerca di un Papa straniero al quale affidare servilmente i destini del Paese, credevano di aver trovato in Macron l’antidoto alle forze destabilizzanti: una specie di anti-populista dal volto umano e carismatico, in grado di ricucire lo strappo tra le istituzioni e i cittadini, e di rilanciare il progetto europeo. Si ritrovano un professionista della gaffe, inviso ai suoi stessi colleghi di partito, isolato a Bruxelles, e con un consenso in caduta libera: una parabola discendente che ricorda molto da vicino quella di Matteo Renzi.

Gilet gialli e fratture contemporanee.

Il problema, per Macron, è che i gilet gialli non sono i folkloristici forconi all’italiana maniera. La protesta francese è iniziata contro uno dei provvedimenti-simbolo di questa presidenza: un rincaro delle accise sui carburanti (0,76 euro per il gasolio, 0,39 per la benzina), la cosiddetta “eco-tassa”. Questa proposta si inserisce all’interno di un piano energetico più ampio – materia di un ministero ad hoc, quello per la Transizione Ecologica – che prevede la chiusura delle centrali a carbone entro il 2022 e il contestuale passaggio alle energie rinnovabili, nonché la riduzione del 50% della quota di energia nucleare entro il 2035. I balzelli sul carburante che hanno scatenato la reazione popolare dovrebbero incentivare, nel contesto di questo approccio ecologico, il passaggio alle auto ibride ed elettriche. Si è innescata, invece, la scintilla che è divenuta un incendio sociale di proporzioni inaspettate. Tuttavia, non è corretto approcciarsi a questo fenomeno tentando di carpirne il grado di “fascismo”, di “sovranismo”, di “populismo”, o persino di “liberismo”. Questa non è una protesta di colore politico né coerente dal punto di vista delle richieste, poiché ormai nel calderone delle rivendicazioni è stato inserito tutto e il contrario di tutto, riassunto in un’improvvisata piattaforma programmatica distribuita sul web. Invero, la protesta dei gilet gialli sintetizza le fratture socio-economiche che stanno caratterizzando la politica contemporanea, in particolare l’avversione verso quello storytelling progressista che tra le sue priorità ha la salvaguardia dell’ambiente a scapito della tutela dei posti di lavoro o di una diminuzione della pressione fiscale. Per un pendolare, un operaio o un autotrasportatore la priorità è arrivare a fine mese, non rispettare l’Accordo sul clima di Parigi – dal quale, invece, si è tirato fuori Donald Trump. Non è un caso che la protesta francese abbia attecchito da subito nelle aree rurali e più lontane dalle grandi città. Macron, più che un salvatore dell’Europa, pare dunque essere l’ultimo esponente di quella “terza via” tanto cara a Blair, Schröder, Clinton e Obama e già dimostratasi fallimentare ovunque, avendo mostrato l’inadeguatezza del modello socialdemocratico nel tentare di governare la globalizzazione. Gli osservatori che auspicavano il “momento Tsipras” in l’Italia si ritroveranno a fare i conti con un “momento Weimar” in Francia.

Una crisi che viene da lontano.

Per placare la rabbia dei gilet gialli Macron ha annunciato misure che potrebbero portare il deficit francese al 3,5% del PIL nel 2019, dunque ben oltre l’ormai famoso limite del 3%. È inevitabile che il cittadino comune, non addetto ai lavori, si chieda perché alla Francia sia concesso un eventuale sforamento, mentre l’Italia sia costretta ad estenuanti negoziati. Le risposte sono altrettanto note: il debito di Parigi è inferiore a quello italiano – dunque più sostenibile –, l’economia e il sistema politico francesi sono più credibili e solidi rispetto ai nostri. In verità, la questione è non così automatica e sbrigativa. Macron non poteva scegliere momento peggiore per annunciare questo nuovo pacchetto di misure. La Commissione europea, infatti, solo lo scorso giugno ha chiuso la procedura d’infrazione nei confronti della Francia che durava dal lontano 2009 per deficit eccessivo: Parigi attende un deficit al 2,6% per il 2018 e del 2,8% per il 2019. Il quadro macroeconomico d’Oltralpe, infatti, non è decisamente quello di un Paese in buona salute che possa godere della fiducia illimitata e aprioristica dei mercati. Dopo un buon 2017, l’economia francese ha rallentato, registrando un calo della produzione industriale influenzato anche dai pessimi segnali che vengono dal settore manifatturiero. La previsione di crescita del PIL all’1,7% difficilmente verrà rispettata, anche in seguito alle conseguenze negative prodotte dalle ripetute proteste dei gilet gialli. Se allarghiamo la prospettiva temporale, Parigi è quasi sempre agli ultimi posti nei principali indicatori economici, come ben documentato da Truenumbers. La grandeur economica della Francia è null’altro che un’illusione ben venduta. A ciò, inoltre, si aggiunge un quadro politico che non può certo suggerire stabilità; al contrario, l‘Eliseo traballa come mai prima nella storia della Quinta Repubblica. Sorprende come molti analisti guardino il dito e non la luna. Mentre gli azzeccagarbugli economici si sfidano a colpi di decimali, grafici e tabelle, brandendo calcolatrici come spade, sussiste un oggettivo problema di fondo che si finge di non vedere. Un’Unione europea che fa dipendere la propria sopravvivenza da uno 0,4% in più o in meno e che si affanna a far valere una sorta di sovranità economica à la carte non ha né un futuro né un presente.

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Photo credit: PJ Nelson su Flickr.