L’homo videns di Giovanni Sartori è divenuto homo algoritmus

homo-videns-diventa-algortimus

«Homo videns. Televisione e post-pensiero» è una delle opere più conosciute di Giovanni Sartori. Ma il primato delle immagini nella comunicazione permane o è già stato superato? La prossima tappa dell’evoluzione – o dell’involuzione? – è l’homo algoritmus.

Homo videns e oltre.

«Resto più che mai convinto della tesi che noi siamo sotto mutazione genetica» scriveva Giovanni Sartori nella premessa alla nuova edizione di uno dei suoi saggi più riusciti, Homo videns. Televisione e post-pensiero (Roma-Bari, Laterza, 1997). Secondo il professore, «la televisione modifica radicalmente (impoverendolo) l’apparato cognitivo dell’homo sapiens». A più di vent’anni di distanza, è incredibile notare la profetica lucidità di questo libro. Sartori non solo scandaglia la rivoluzione visuale della comunicazione e il delicato rapporto tra il mezzo televisivo e la mente umana, ma porta l’indagine già oltre l’orizzonte temporale della sua contemporaneità, intravedendo un’ulteriore evoluzione. «La televisione ci consente […] di vedere tutto senza andarlo a vedere: i visibili ci entro pressoché gratis in casa da dovunque. Non basta. In pochi decenni il progresso tecnologico ci ha immessi nell’età cibernetica, così scavalcando – si afferma – la televisione. Infatti siamo passati, o stiamo passando, a una età “multimediale” nella quale, come dice la parola, i media sono molti e la televisione non è più la regina di questa multimedialità. Il nuovo sovrano è, invece il computer. Perché il computer (e con esso la digitalizzazioni di tutti i media) non solo unifica parola, suono, immagini, ma introduce nei “visibili” realtà simulate, realtà virtuali». Nel 1997 non esistevano ancora gli smartphone. L’Iphone sarebbe arrivato solo dieci anni dopo, Facebook nel 2004. Eppure Sartori aveva già compreso che la società tele-centrica era destinata ad essere sorpassata dalla società dei computer e delle macchine. Come si fa notare in una nota del libro, l’etimologia del sostantivo “cibernetico” è “arte del pilota”: rimane da verificare se tali piloti siano i messaggi di comando e di controllo che l’uomo invia alla macchina o viceversa.

La «datacrazia».

Il sociologo Derrick de Kerckhove ha più volte affrontato nei suoi scritti il tema della «datacrazia», ovvero dei rischi connessi all’uso sempre più invasivo delle tecnologie informatiche. Il cosiddetto “scandalo” connesso all’uso improprio dei dati personali da parte della società di consulenza britannica Cambridge Analytica ha rivelato il segreto di Pulcinella delle multinazionali del web. I social network non sono “gratis” ma si reggono, inevitabilmente, su di un business fondato sullo scambio, l’intermediazione e l’analisi a fini pubblicitari dei dati personali degli iscritti. Ma non solo. Nel corso della seconda giornata di audizione alla Commissione Energia e Commercio della Camera dei Rappresentanti, Marc Zuckerberg ha dichiarato: «In generale, raccogliamo informazioni su persone non iscritte a Facebook per motivi di sicurezza». Il potere di Facebook, dunque, va ben al di là di quella che è la sua apparente mission. Come ha risposto il deputato democratico Paul Tonko, Facebook si basa su «un modello di business in cui gli utenti sono il prodotto». Le grandi multinazionali del web – non solo Facebook, ma anche Google e Twitter –, che operano quasi in un regime di monopolio, hanno di fatto il potere di influenzare e di guidare le nostre preferenze attraverso gli algoritmi. Forse, inconsapevolmente, stiamo perdendo frammenti della nostra libertà individuale e la stiamo cedendo alle big tech. Saranno loro a scegliere per noi, in un gioco che diviene ancor più pericoloso se applicato alla politica. Governare gli algoritmi significa controllare il mondo. De Kerckhove, in una recente intervista, ha affermato: «È la datacrazia e già la stiamo vivendo in questo periodo, senza rendercene del tutto conto. Chi ha in mano i big data sa tutto di noi, della nostra situazione personale, della nostra vita privata, della ricchezza, delle scelte politiche e culturali, delle idee, dei consumi.»

Chi è l’homo algoritmus?

Gli algoritmi, dunque, come strumento per profilare e indirizzare le nostre idee politiche. Ma non solo: come combinazione per dare vita ad un golem fatto di byte e non d’argilla. L’homo algoritmus è, innanzitutto, il prototipo del nuovo politico. La figura dello statista è stata sostituita da quella del politico artificiale, prodotto in laboratorio dagli onnipresenti spin doctor che studiano gli algoritmi, analizzano i big data, pesano i sondaggi, sondano il web, contano i follower, carpiscono gli umori dell’opinione pubblica per convertirli prima in like e poi in voti sonanti. Una politica i cui episodici interpreti sono costruiti a tavolino è destinata, tuttavia, a non avere più la statura necessaria per sedere a tavoli ben più importanti. Una politica la cui missione primaria è divenuta intercettare i byte e rincorrere il clickbait perde la sua stessa ragion d’essere, ed è condannata all’obsolescenza programmata. Perché il rischio è che l’homo algoritmus, come una macchina, possa spegnersi con pulsante.