La maledizione delle elezioni europee

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La “maledizione” delle elezioni europee ha colpito ancora. La gestione di un grande consenso dopo questo appuntamento elettorale si è rivelata, ancora una volta, un’arma a doppio taglio per il partito che ha raggiunto la percentuale più alta.


Le elezioni europee del 2009.

Alle elezioni europee del 2009, il Popolo della Libertà affronta la sua seconda prova elettorale dopo le trionfali elezioni politiche dell’anno precedente, vinte in maniera schiacciante sul centro-sinistra e affermandosi come primo partito, con il 37,39% alla Camera e il 38,17% al Senato. Alle europee il PdL si conferma prima formazione per distacco, ottenendo il 35,26%. Sembra il preludio ad un tranquillo proseguo di legislatura e ad un lungo periodo di governo del centro-destra. Invece, la storia è nota: proprio nei mesi seguenti iniziano le prime frizioni tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, che sfoceranno nell’estate del 2010 con la scissione di Futuro e Libertà e con l’inizio di un periodo di tensione politica – “l’estate dello spread” del 2011 – conclusasi con le dimissioni dell’esecutivo e l’avvento del governo tecnico guidato da Mario Monti.

Le elezioni europee del 2014.

Alle elezioni europee del 2014, Matteo Renzi cerca la legittimazione popolare dopo la blitzkrieg condotta con successo contro Enrico Letta e che lo ha portato a Palazzo Chigi. Il risultato è trionfale: il Partito Democratico ottiene il ricordo storico di consensi, pari al 40,81% del voti. Anche in questo caso, la leadership renziana sembra granitica e destinata a durare, cementata dal Patto del Nazareno. Invece, l’ostinata volontà di approvare una profonda riforma della Costituzione – dai contenuti alquanto discutibili – porta Renzi a legare addirittura il suo destino politico alla vittoria del relativo referendum costituzionale. Nel dicembre del 2016 la netta sconfitta al referendum segna la fine del governo renziano e in teoria anche della sua carriera politica: ma, come noto, la promessa non è stata mantenuta.

Le elezioni europee del 2019. 

Arriviamo, così, alle ultime elezioni europee. Dopo mesi nei quali la strategia “dell’opposizione di governo” si rivela vincente, la Lega fa il pieno di consensi, toccando il record storico del 34,26%. Le fibrillazioni nel governo giallo-verde raggiungono il culmine con il voto contrario del Movimento 5 Stelle in merito alla TAV. Matteo Salvini apre la “crisi ferragostana” che, in un primo tempo, sembra portare alle elezioni anticipate, ma che invece si conclude con il Conte-bis sostenuto da una nuova maggioranza formata dal Movimento 5 Stelle e dal Partito Democratico. Un “ribaltone” non previsto da Matteo Salvini che dovrà ripartire dai banchi dell’opposizione, dopo aver accarezzato l’idea di una schiacciante vittoria elettorale e di un governo “monocolore” verde.

Fast politics e la fragilità delle leadership.

Nell’era della società dell’«usa e getta», bombardata continuamente da parole, immagini e algoritmi, anche la politica ha visto mutare i propri paradigmi. La personalizzazione dei partiti ha paradossalmente reso più fragili le leadership e molto volatile il consenso. Sarà interessante valutare la gravità del danno di immagine subito da Matteo Salvini dopo la crisi di governo dagli esiti imprevisti: in verità, tale valutazione – che ovviamente, nell’era della “sondocrazia”, è già stata affidata ad una miriade di sondaggi – sarà veritiera solo dopo i primi provvedimenti concreti di questo governo. Le “lune di miele” con i cittadini tendono a finire molto in fretta.