La Lega Nord di Umberto Bossi: il primo partito anti-sistema

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Molto prima che il termine “populismo” entrasse nel gergo della politica, molto prima dell’avvento del Movimento 5 Stelle, di Trump e della Brexit, nel profondo nord-est qualcosa si muoveva, prendendo alla analisti e sondaggisti. Un breve excursus per capire le radici del leghismo delle origini.

«La madre di tutte le leghe».

Elezioni politiche del 1983. Il pentapartito raggiunge ancora la maggioranza assoluta, ma vede ridurre al minimo storico – circa il 3% – il distacco tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Un dato spiazza gli analisti e l’opinione pubblica. Nel Veneto, storica roccaforte bianca, la Liga Veneta – già attiva alla fine degli anni Settanta – ottiene il 4,2%. Un exploit che coinvolge in particolare le circoscrizioni Verona-Padova-Vicenza-Rovigo, e Venezia-Treviso. A Belluno raggiunge addirittura il 7%. Per la prima volta un movimento autonomista può vantare un risultato di rilievo a livello nazionale. Il processo di secolarizzazione che ha investito il Veneto tra gli anni Sessanta e Ottanta ha messo in crisi l’equilibro basato sull’egemonia socio-culturale della Democrazia Cristiana e sul ruolo della Chiesa come trait d’union tra politica e società. Il declino della pratica religiosa e dell’associazionismo cattolico si accompagna al pragmatico doroteismo dei democristiani. Lo scambio clientelare prende il posto della mediazione valoriale. Alla perdita dei tradizionali riferimenti religiosi si accompagna la crescente insicurezza economica dovuta alla fine del “miracolo” del dopoguerra. È in questo humus che la Liga risveglia il desiderio di rivendicare l’appartenenza etno-regionale basata sulla difesa e sulla riscoperta dell’identità storica del «popolo veneto», delle sue peculiarità linguistiche, culturali e antropologiche. Franco Rocchetta, uno dei fondatori e futuro presidente federale della Lega Nord, definirà la Liga «la madre di tutte le leghe».

La Lega Autonomista Lombarda e la nascita della Lega Nord.

Il 12 aprile 1984, in uno studio notarile di Varese, Umberto Bossi – insieme ad una cerchia ristretta di familiari e amici – fonda la Lega Autonomista Lombarda. Inizialmente viene ricalcato il linguaggio e la narrazione della Liga, ma i fattori socio-culturali lombardi sono diversi da quelli veneti: la Lega non attecchisce. Le battaglie sulla valorizzazione del dialetto non scaldano i cuori dei lombardi. Bossi, dunque, ricalibra il messaggio e lo adatta alla realtà lombarda. Punta sulla frattura centro-periferia e sulla tutela degli interessi economici territoriali, allargando i confini regionali della visione politica all’intero settentrione. Le parole d’ordine diventano l’anti-statalismo, l’anti-centralismo, l’anti-meridionalismo, la lotta alla pressione fiscale e alla burocrazia, l’avversione verso “Roma ladrona”, i partiti tradizionali e la classe dirigente accusati di sfavorire il Nord industrializzato e produttivo. Dopo aver portato i primi rappresentanti in alcuni consigli comunali, la Lega Lombarda Autonomista riesce ad eleggere anche i primi due parlamentari nel 1987: Bossi, senatore, e Giuseppe Leoni, deputato. I migliori risultati vengono registrati nelle province di Bergamo, Sondrio, Como e Varese, ma alla fine degli anni Ottanta raggiunge anche Brescia, Mantova, Cremona e Milano. Si tratta, come nel caso veneto, delle aree caratterizzate da un alto tasso di sviluppo economico basato sulla piccola e media impresa industriale, artigiana e commerciale, spesso a conduzione familiare. Alle elezioni europee del 1989 viene presentata una lista autonomista – Lega Lombarda-Alleanza Nord – allargata anche ai movimenti autonomisti del Veneto, della Liguria e del centro, che riesce a leggere due euro-parlamentari, Francesco Speroni e Luigi Moretti.

La nascita e il successo del 1992.

Il crollo del comunismo segna la fine non solo del Partito Comunista Italiano, incapace di ricostruirsi e rinnovarsi, ma anche della Democrazia Cristiana, privata degli storici antagonisti. Bossi intuisce che il vento del cambiamento soffia a favore. Le amministrative del 1990 – anno del primo raduno sul prato di Pontida – segnano un nuovo successo: in Lombardia, la Lega diviene il secondo partito, balzando al 21,4% dietro una Democrazia Cristiana sempre più in crisi. I tempi sono maturi per riunire definitivamente la galassia delle realtà autonomiste attraverso un processo federativo, di cui la Lega Lombarda diviene la locomotiva. Nel 1991 nasce la Lega Nord, guidata dal segretario federale Umberto Bossi, che riunisce la Lega Lombarda, la Liga Veneta, il Piemònt Autonomista, l’Union Ligure, la Lega Emiliano-Romagnola e l’Alleanza Toscana. Le elezioni politiche del 4 aprile 1992 fotografano il malessere che attraversa il Paese e sanciscono il punto di rottura della “partitocrazia”, minata anche dall’inizio di Tangentopoli. La Lega Nord diventa, di fatto, il catalizzatore nonché l’unico interprete dello scontento e della protesta e viene premiata con l’8,6% dei consensi a livello nazionale. Si tratta, di fatto, del primo partito di successo anti-sistema, post-ideologico e inter-classista della storia repubblicana: la Lega Nord intercetta anche i voti di molti operai delusi e drena consensi non più solo alla Democrazia Cristiana, ma anche al Partito Comunista Italiano e al Partito Socialista Italiano. L’elezione a sindaco di Milano nel 1993 di Marco Formentini – ex esponente del Partito Socialista – consegna il monopolio del voto di protesta alla Lega Nord.

Di lotta e di governo.

Il tentativo di istituzionalizzare il partito alle elezioni del 1994, attraverso l’alleanza definita “strategica” con la neonata Forza Italia di Silvio Berlusconi, non va a buon fine. Nonostante la vittoria elettorale – seppur con un leggero calo dello 0,2% rispetto a due anni prima – il patto di governo regge poco più di anno. Se la parola d’ordine della svolta “governista” era stata “federalismo” – unita ad un tentativo generalizzato di sgrezzare il linguaggio leghista – quella che porta alle elezioni anticipate del 1996 è “secessione”, recuperando così il lessico simbolico e identitario che aveva caratterizzato le origini. La Lega Nord si presenta da sola e ottiene più del 10%: i gruppi parlamentari prendono la denominazione “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”. Le due successive esperienze di governo con il centrodestra proseguono tra alterne fortune, ma consegnano stabilmente alla Lega la guida delle principali regioni del Nord anche quando il leghismo delle origini dovrà affrontare la profonda crisi di inizio Duemila.