Macedonia, referendum fallito. L’UE continua a sbagliare

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In Macedonia si è svolto un referendum fondamentale per il futuro politico di questo giovane Stato. L’esito non è stato quello previsto (e sperato) dalle istituzioni europee. Si rischia così l’apertura un nuovo fronte di tensione per l’Unione e per i Balcani.

Cenni storici.

Incastonata nel cuore dei Balcani tra Albania, Bulgaria, Serbia e Kosovo, la Macedonia è stata terra di molte dominazioni. Già parte dell’impero romano dopo la morte di Alessandro Magno, successivamente perno dello stato bulgaro degli zar Simeone e Samuele, nel 1389 viene annessa – insieme all’intera penisola balcanica – all’impero ottomano, del quale è parte fino al XIX secolo. Le guerre balcaniche del 1912 e del 1913 sanciscono la divisione del territorio macedone tra Grecia, Bulgaria e Serbia: la parte assegnata a quest’ultima costituirà il nucleo della futura Repubblica. La dominazione serba si rivela particolarmente repressiva: il nome Macedonia e la lingua macedone vengono messe al bando. Gli indipendentisti dell’ORIM – Organizzazione rivoluzionaria interna macedone –, che già ha combattuto i Turchi, continua la battaglia anche contro Belgrado. È solo nel 1944, dopo la sconfitta degli eserciti dell’Asse, che Tito annuncia la nascita della Repubblica Popolare della Macedonia come parte della federazione socialista jugoslava. Per la prima volta viene riconosciuta un’identità nazionale macedone, distinta – e contestata – sia dai Serbi che dai Bulgari, che considerano i macedoni come originari delle rispettive etnie. Tito, di fatto, forgia tale identità creando la prima grammatica della lingua macedone e una chiesa ortodossa macedone indipendente. Mosse, tuttavia, che hanno ben poco di idealistico e molto di pragmatico. Il Maresciallo intende, da un lato, ridimensionare il peso della Serbia nella federazione; dall’altro creare un polo attrattivo per i macedoni bulgari e greci, al fine di realizzare una sorta di grande Macedonia nella Jugoslavia. Un disegno che non raccoglie consensi né in Occidente né presso Stalin. Dopo la morte di quest’ultimo e il progressivo disgelo nei rapporti tra Mosca e Belgrado, la questione macedone finisce sullo sfondo, riproponendosi sulla scena internazionale alla morte di Tito e alla quasi contemporanea disgregazione della federazione jugoslava negli anni Novanta. Di fronte alla volontà sempre più evidente di secedere dalla federazione da parte della Serbia e della Slovenia, la Macedonia vede minata la sua stessa esistenza. La più povera delle sei repubbliche jugoslave è anche quella più legata alla federazione, soprattutto per una questione economica: sono ingenti, infatti, i sussidi pubblici che istituzioni federali elargiscono alla Macedonia. Il nazionalismo che infiamma i vicini condiziona le prime elezioni libere – svoltesi nel 1990 e cruciali per il passaggio dallo Stato socialista alla democrazia parlamentare – per il rinnovo dell’assemblea legislativa. Il partito nazionalista VMRO ottiene un terzo dei seggi e accetta di buon grado di essere parte di una coalizione di governo insieme alle forze comuniste già al potere – ed escludendo la minoranza albanese – creando così un unicum tra le sei repubbliche jugoslave. L’anno seguente viene eletto presidente un vecchio rappresentante della nomenklatura comunista, Kiro Gligorov. L’8 settembre 1991 la grande maggioranza dei cittadini macedoni approva con un referendum la dichiarazione di sovranità della Repubblica di Macedonia adottata dall’assemblea legislativa, e il seguente 17 novembre viene approvata la Costituzione. 

Il contenzioso con la Grecia.

Si pone, a questo punto, il problema del riconoscimento internazionale della neonata repubblica come Stato sovrano e indipendente. La Grecia teme per la propria sicurezza e integrità territoriale. Le campagne per “l’unificazione” della Macedonia condotte dal VMRO, unite alla decisione di adottare come bandiera nazionale il Sole di Verghina a sedici punte – ritrovato sulla tomba di Alessandro Magno – vengono considerate provocatorie e altamente lesive della memoria storica dal governo greco. A ciò si aggiunge l’ambiguità dell’articolo 49 della Costituzione, che recita: «La Repubblica vigila sulle condizioni e sui diritti dei cittadini dei Paesi vicini d’origine macedone, sostiene il loro sviluppo culturale e si incarica della promozione dei rapporti con essi». Gligorov si muove per venire incontro alle richieste comunità internazionale, e il 6 gennaio 1992 vengono approvati due emendamenti alla Costituzione, al fine di rassicurare la Grecia e le diplomazie estere. Viene così modificato l’articolo 3 – «La Macedonia non ha pretese territoriali nei confronti dei Paesi vicini. Le frontiere non possono essere modificate se non conformemente alla Costituzione, sulla base del principio della buona volontà e secondo le norme internazionali generalmente riconosciute» – e il contestato articolo 49 – «La Repubblica di Macedonia non interverrà nel diritto di sovranità degli altri Stati e nei loro affari interni». La Risoluzione 817 del 1993 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ammette la Macedonia, ma con la denominazione Former Yugoslav Republic of Macedonia (FYROM), e invita con una successiva risoluzione i governi di Skopje e Atene a risolvere la pendenza relativa al nome. Dopo le sanzioni economiche imposte dal governo Papandreu, si assiste ad un parziale disgelo con l’Interim Agreement del 1995 mediante il quale la Grecia riconosce lo Stato macedone, che a sua volta abbandona il Sole di Verghina come bandiera nazionale e rinuncia formalmente a qualsiasi rivendicazione territoriale sui territori greci abitati da slavo-macedoni. Rimane, dunque, da dirimere la questione legata al nome, condizione necessaria per superare il veto della Grecia sull’ingresso della Macedonia nell’Unione europea. La Macedonia è stato il primo Paese dei Balcani a firmare l’Accordo di stabilizzazione e di associazione con l’UE, il 9 aprile 2001. Nel marzo del 2004 ha presentato domanda di adesione all’Unione e nel dicembre 2005 le è stato riconosciuto lo status di Paese candidato all’ingresso. Nel giugno di quest’anno, il premier greco Tsipras e quello macedone Zaev hanno firmato un accordo che prevede il cambio del nome in Repubblica della Macedonia del Nord. Tale compromesso è stato da subito inviso a larga parte dei macedoni e ha causato una spaccatura istituzionale all’interno dello stesso Stato, con il presidente Gjorge Ivanov che si è detto contrario.

Il fallimento del referendum.

«Siete favorevoli a diventare membri della NATO e dell’Unione Europea accettando l’accordo tra Repubblica di Macedonia e Grecia?». Questo il quesito del referendum consultivo che è fallito, non raggiungendo il quorum del 50%+1 previsto dalla Costituzione macedone. L’affluenza si è fermata al 36%, circa 600 mila votanti, dei quali il 90% si è espresso a favore. Paradossalmente, il primo ministro socialdemocratico e convintamente europeista – che ha pesantemente personalizzato al consultazione, trasformandola in un referendum su se stesso – ha comunque cantato vittoria invitando a ignorare il mancato raggiungimento del quorum e appellandosi alla “maggioranza” che ha votato a favore. Sulla stessa linea anche l’Unione europea e la NATO, che si sono persino complimentate con Zaev. L’Unione e i suoi vertici, a quanto sembra, non riescono a comprendere – o, a questo punto, fingono di ignorare – la voragine che li separa dall’idem sentire dei popoli e delle opinioni pubbliche continentali. L’atteggiamento nei confronti del risultato referendario macedone lascia alquanto perplessi. L’Unione invita, con disincanto e leggerezza, a bypassare il non raggiungimento del quorum – e dunque a violare la Costituzione della Macedonia – considerando valida la consultazione. Al di là delle pericolose tensioni sociali che tale scenario andrebbe a provocare in un territorio instabile che già ribolle politicamente, saremmo di fronte alla creazione di un precedente gravissimo, nel quale l’ordinamento costituzionale di uno Stato viene ridotto a carta straccia. Questa è una tendenza malsana, sulla quale vigilare: l’idea di piegare gli strumenti di democrazia diretta, i sistemi costituzionali, le leggi elettorali ai desiderata di una parte politica o di un’organizzazione sovranazionale va rigettata senza remore. D’altronde, solo qualche mese fa, c’era chi proponeva di rivotare il referendum sulla Brexit o di invalidare la vittoria di Trump.