Partiti tradizionali, system failure. Un reset non basterà

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La crisi dei partiti tradizionali è evidente non solo in Italia, ma in tutta Europa. Il software e l’hardware che ne programmavano con successo le funzioni hanno imboccato la strada dell’obsolescenza programmata. Un semplice reset non basterà.

Software e hardware obsoleti.

La prima riga del linguaggio di programmazione, forse la più importante, declinava le ideologie e il complesso di valori socio-culturali di riferimento. Sino alla caduta del muro di Berlino, per i partiti era piuttosto semplice aderire geometricamente alle fratture – per dirla alla Rokkan – ideologiche, classiste e religiose presenti nelle democrazie occidentali. La seconda riga, derivante dalla precedente, connotava dunque il carattere fortemente identitario dei partiti tradizionali. La storia dell’Italia repubblicana è dominata, sino a Tangentopoli, da un sistema multipartitico polarizzato e statico – così come definito da Giovanni Sartori – nel quale l’identità di ogni soggetto politico era altamente riconoscibile dagli elettori e classificabile seguendo le classiche coordinate di sinistra, destra e centro. Tale circuito di reciprocità aveva assicurato non solo una rappresentanza politica efficace, ma la ricostruzione e la legittimazione stessa della democrazia post-bellica attraverso l’inclusione delle masse sociali, in particolare grazie ai soggetti più grandi, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana. Il partito tradizionale è innanzitutto un partito di massa, inteso come «mezzo necessario di azione della società che si fa Stato», secondo la celebre definizione di Costantino Mortati. Radicati in maniera capillare sul territorio mediante sezioni e circoli – che spesso sviluppavano anche rudimentali sistemi di welfare –, affiancati da organizzazioni collaterali e associazioni minori, i partiti svolgevano con efficacia il ruolo di portatori d’interessi e d’intermediazione fra i cittadini e le istituzioni. La dotazione hardware era completata da tre elementi fondamentali. Il primo erano le campagne di tesseramento; il secondo un solido apparato burocratico di partito affidato ad un ceto politico professionalizzato; il terzo un processo decisionale partecipato e collegiale per la selezione dal basso dei quadri intermedi. A questo modello si ispiravano anche i soggetti più piccoli, come repubblicani, socialdemocratici e liberali.

Partiti tradizionali e partitocrazia.

Il peggioramento dello stato di salute dei partiti coincide con la degenerazione della repubblica parlamentare in partitocrazia. I sintomi di questa involuzione si palesano negli anni Settanta, quando entra in crisi il modello dei partiti di massa e nasce, di fatto, il voto di protesta attraverso formazioni come la Lega Nord e successivamente il Movimento 5 Stelle. La mancanza di accountability, di responsabilità politica, di ricambio generazionale, nonché il fiorire di comitati d’affari che lottizzano la società nel nome del clientelismo e dell’assistenzialismo, portano ad un progressivo scollamento tra cittadini e istituzioni. Una situazione ulteriormente aggravata da una perdita di legittimazione e da una crisi d’identità dovuta allo scioglimento delle ideologie che hanno caratterizzato il secolo scorso. La fine del mondo bipolare, la secolarizzazione e la frammentazione prodotta dalla nascita di nuove fratture socio-politiche ha mutato radicalmente la fisionomia dei partiti e le loro funzioni. Parafrasando Mortati, essi hanno finito col ritirarsi dalla società allo Stato. Hanno conosciuto un inedito indebolimento sia per ciò che concerne il ruolo di rappresentanza degli interessi, sia istituzionale. Sebbene la prima di codice rimanga ancora una delle funzioni principali, ne è radicalmente mutata l’aggregazione e l’articolazione. I partiti condividono ora tale ruolo con altre numerose realtà extra-parlamentari – movimenti, associazioni, media – che, non di rado, dettano più o meno volontariamente l’agenda proprio ai partiti, che perdono così la propria centralità non solo come intermediari, ma anche come luogo primario di elaborazione programmatica. Nella formulazione delle public policy i partiti appaiono meno indispensabili, e non di rado il processo di decision-making viene delegato a “tecnici” o personalità esterne. Nel reclutamento e nella selezione dei candidati vengono coinvolte personalità provenienti dalla cosiddetta società civile o dal mondo delle professioni – facendo così, allo stesso tempo, passare in secondo piano la membership e l’appartenenza di lungo corso.

Un nuovo linguaggio di programmazione.

Alla de-ideologizzazione è corrisposta una standardizzazione del linguaggio – che ha portato anche alla chiusura di alcuni storici giornali di partito – e delle tecniche di persuasione, in particolare nei confronti del bacino di elettori potenziali. Alla radicata presenza sul territorio, un tempo imprescindibile, si è sostituita quella sui social network, e i gruppi su Whatsapp hanno soppiantato i circoli. I fattori soggettivi hanno acquisito sempre maggiore importanza rispetto ai pull factors, ovvero alle esternalità come il contesto macro-sociale, la religione, il territorio, la divisione classica fra destra e sinistra, o l’azione di reti associative che fungano da traino per la mobilitazione. Questo processo è favorito anche da un sistema mediatico che tende sempre più a privilegiare il sensazionalismo dei singoli eventi anziché l’analisi ragionata. Ciò finisce, molto spesso, col contribuire alla formazione di opinioni individuali basate su percezioni distorte e immediate, che così prevalgono sui radicati princìpi e sulle prospettive olistiche. La personalizzazione della politica, e la possibilità di un contatto diretto con i candidati attraverso i social network – la diretta su Facebook ha narrato quasi in tempo reale, con il volto e la voce dei protagonisti, le convulse fasi di formazione del governo – ha reso più autonomi gli elettori sia nella ricerca delle informazioni, sia nel processo di costruzione della propria identità politica. Nel 1994, e negli anni seguenti, Silvio Berlusconi fu il più lesto nel comprendere il ruolo fondamentale della televisione nella costruzione del consenso politico. Non è un caso che, invece, alle ultime elezioni politiche abbiano trionfato proprio i due partiti – Movimento 5 Stelle e Lega – che hanno meglio sfruttato i nuovi media, in primis i social network, mentre Forza Italia abbia registrato il suo minimo storico. La sfida, dunque, per i partiti tradizionali, è di metodo e di contenuto. Da un lato, dare risposte convincenti e non elitarie alle dinamiche della globalizzazione; dall’altro, riuscire a sintonizzarsi con l’elettorato usando i nuovi media senza apparire antidiluviani. Cambiare (ancora) simboli e sigle, questa volta, non garantirà la sopravvivenza a questi vecchi proiettori.

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