Populismo: che cos’è? Il significato di una (inutile) etichetta

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Che cos’è il populismo? Elaborare una definizione rischia di essere solo uno stucchevole e capzioso esercizio intellettuale. Per capirne il reale significato bisogna abbandonare le prospettive di parte.

Un film già visto.

«[…] gioca anche l’incapacità delle forze politiche tradizionali di comprendere il fenomeno e di farvi adeguatamente fronte. Piuttosto che misurarsi con le domande e con i problemi alla base dell’affermazione leghista […], i partiti tradizionali preferiscono concentrare la loro critica sulla Lega stessa, sui valori di cui è portatrice, sul linguaggio che esprime. Ma in questo modo essi non fanno che rafforzare la legittimazione di un unico antagonista delle logiche e dei soggetti politici tradizionali.» Questa riflessione di Ilvo Diamanti comparsa nel 1993 sul numero 16 della rivista Meridiana, è ancora attuale e applicabile non solo al caso leghista. Fotografa alla perfezione la cronica incapacità, da parte delle classi dirigenti storiche, di contrastare con efficacia la crescita delle forze anti-establishment. In questo particolare momento storico, nell’èra dei tag e degli hashtag, i partiti tradizionali hanno scelto un’etichetta con la quale classificare avversari chiassosi e considerati antropologicamente inferiori. Oggi “populismo” è divenuto un termine oltremodo polemico e strumentale. Un’infelice convenzione linguistica prodotta dalla smarrimento di una politica che non riesce a sintonizzarsi con il cambiamento e non sa come aggiornare il proprio bagaglio concettuale. Chiusi nelle torri d’avorio, scandalizzati dallo stile comunicativo politicamente scorretto dei “populisti”, i partiti tradizionali hanno cercato di associare – anzi, a rendere di fatto equivalenti – i sostantivi “populista”, “fascista”, “xenofobo”, “nazionalista”. Senza, tuttavia, riuscire a proporre un’alternativa programmatica vincente e finendo coll’avvilupparsi in uno sterile e ripetitivo controcanto. Il populismo non può essere ridotto a sinonimo di demagogia. Né può essere classificato come un fenomeno di destra o di sinistra (anche se a quest’ultima, stranamente, non viene quasi mai associato, così come al comunismo o alle follie del socialismo in Venezuela). È necessario uscire dalla dimensione dell’infantile e inefficace demonizzazione a priori adottando un punto di vista più realistico e razionale.

Oltre l’etichetta.

Peter Mair – e altri politologi come Robert Dahl, Yves Mény e Yves Surel – hanno preso in esame alcune dinamiche interne alle democrazie liberali. All’interno di ogni sistema democratico risiedono due elementi tra loro in costante dialogo e che si bilanciano a vicenda. Il primo è legato al demos, al popolo, dunque alla sovranità popolare e all’insieme dei diritti e delle libertà ad essa collegate. È il pilastro della “democrazia popolare”. Il secondo è relativo alla governance, dunque alle regole costituzionali, all’architettura istituzionale e ai relativi check and balances per prevenire gli abusi di potere e assicurare il rispetto dei diritti individuali e collettivi da parte dell’autorità. È il pilastro della “democrazia costituzionale”. Gli anelli di congiunzione tra questi due elementi sono i partiti: come scrive Rudolf Wildenmann in Visions and Realities of Party Government,, «party government is the crucial agency of institutional legitimisation in democratic ruling organisations, distinguishing the democratic modern state from other types». La crisi che sul finire del Novecento ha investito i partiti tradizionali ha avuto inevitabili ripercussioni sulla qualità del dialogo fra i due pilastri. La “democrazia popolare” e la “democrazia costituzionale” faticano a capirsi, ma sopratutto la seconda ha visibilmente allargato il proprio perimetro rispetto alla prima. Il cosiddetto “populismo” è, dunque, un tentativo di riempire il vuoto lasciato da tale distanza. Non è un caso che il potenziamento degli strumenti di democrazia diretta – anche attraverso il web, creando così forme di e-democracy – abbia un ruolo primario nell’impianto ideologico dei movimenti anti-sistema. L’errore da evitare è di applicare a questa nuova realtà, dove si incrociano globalizzazione e digitalizzazione, il vocabolario politico del Novecento. Al contrario, bisogna comprendere le cause.

Populismo: una definizione oggettiva.

La crisi della democrazia dei partiti; la crisi della democrazia nei partiti; il ruolo sempre più invadente delle cosiddette “organizzazioni non maggioritarie” ovvero di centri decisionali privi di legittimazione democratica, come l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Questi tre fattori hanno profondamente compromesso gli equilibri sui quali si reggevano i sistemi politici. Possiamo, dunque, dare una definizione oggettiva di “populismo”. E definirlo come un processo di cambiamento dei sistemi democratici nei quali nuovi attori politici, grazie anche all’uso efficace degli strumenti messi a disposizione da internet, mirano al definivo superamento dei modelli partitici – e delle categorie politiche – pre-esistenti proponendo un programma basato sul rafforzamento della sovranità popolare e su di una maggiore partecipazione dei cittadini al processo decisionale, nonché sulla difesa dell’interesse nazionale nei confronti delle organizzazioni non maggioritarie. Il rischio, come ho approfondito del mio saggio Contro il pensiero breve. Capire la crisi delle democrazie liberali, è la progressiva trasformazione di quest’ultime in democrazie emozionali, nelle quali alla rappresentanza degli interessi e delle istanze si sostituisce la delega delle pulsioni e degli istinti. La “rivoluzione populista”, infatti, pone per il futuro prossimo due grandi questioni, una sociologica e una politica: l’emotività esasperata che attraversa la formazione del consenso, e il ripensamento della forma-partito. Due aspetti da analizzare con razionalità e pragmatismo.