I “populisti” e la divisione territoriale del consenso

Negli ultimi anni, nelle democrazie occidentali, i partiti storici sono stati oggetto di una grave crisi. I partiti “populisti” hanno avuto un impatto dirompente sugli equilibri politici precedentemente sedimentati. Una variabile comune è la netta divisione territoriale che contraddistingue il sostegno a queste formazioni (si veda, ad esempio, The revenge of the places that don’t matter, Andrés Rodríguez-Pose 06 February 2018, Vox) Come spiegare questa divisione? Quali possono essere le conseguenze di tali profonda divisione? Quali le soluzioni?

Visioni opposte.

Il populismo costruisce il proprio consenso grazie alla narrativa “élite vs popolo”. Le élite (i burocrati di Bruxelles, i partiti tradizionali, la vecchia classe dirigente, ecc. ) non sono state in grado di garantire prosperità, libertà e sicurezza a tutti i cittadini, si sono dimenticati di buona parte del popolo ed è compito dei populisti fornire delle risposte. Il clash verticale si lega a diversi possibili clash: da quello economico (si veda Guiso et al. (2018)) a quello prettamente culturale (Inglehart e Norris (2016)). La divisione territoriale sembra ricalcare precisamente interessi economici e visioni del mondo opposte: nelle zone economicamente più sviluppate vincono i partiti che sono maggiormente favorevoli alla globalizzazione e alla modernizzazione, nelle zone meno sviluppate o che hanno visto interrompersi il proprio cammino di sviluppo vincono i partiti con una narrativa esattamente contraria.

Le zone maggiormente favorevoli alla globalizzazione sono quindi a favore di maggior apertura al commercio internazionale e all’immigrazione, e ad un sistema economico più flessibile. La maggioranza degli elettori in queste zone presenta inoltre attitudini politiche liberal: sono a favore delle minoranze, si battono per i diritti LGBT, tendono a vedere di buon occhio il multiculturalismo e vedono nella diversità un valore assoluto. L’esatto opposto sembra osservarsi nelle zone dove invece sono i partiti populisti a prevalere: i cittadini in quelle zone sono maggiormente favorevoli ad una fase di de-globalizzazione mediante politiche restrittive verso l’immigrazione e l’aumento dei dazi. Questi elettori sono anche favorevoli ad una politica di “law and order” e presentano una idea di società dove il dogma politicamente corretto non può trovare spazio.

Si osserva, quindi, un’interessante sovrapposizione tra idee economiche e culturali che sembra delineare un nuovo futuro bipolarismo tra società aperta e società chiusa. Seppur la chiave di lettura (aperto vs chiuso) presenti molti elementi a suo favore, questa non è in grado di spiegare i motivi per cui si è arrivati ad una tale divisione e soprattutto non sembra in grado di fornire una soluzione inclusiva (accusare i populisti di fascismo, razzismo e omofobia non può, infatti, essere una soluzione).

Le divisioni economiche e culturali.

La divisione territoriale attuale ha diverse possibili spiegazioni sia culturali che economiche. Le maggioranza delle zone dove i partiti populisti hanno successo sono zone rurali o post-industriali, che sono state tagliate fuori dal cambiamento strutturale che ha influenzato tutti i sistemi economici dal dopoguerra ad oggi. I sistemi economici hanno visto ridursi drasticamente il peso dell’industria e dell’agricoltura sul totale della propria produzione, il futuro, quindi, sembra essere quello di un’economia basata prevalentemente sulla produzione di servizi. Questo processo ha subito una violentissima accelerazione dagli anni ’80 e ’90 a causa del cambiamento tecnologico derivante dall’ICT, per poi proseguire accelerando nuovamente a causa della globalizzazione che ha portato ad una stagione di delocalizzazioni e di drastico aumento della competizione internazionale da parte delle economia emergenti. Le zone basate sulla produzione agricola e industriale, dunque, sono state soggette a fortissimi shock e non sono più state in grado di recuperare terreno rispetto ad altre, che sono invece riuscite a completare la propria transizione verso un’economia di servizi. A questi fattori si deve, inoltre, aggiungere l’effetto negativo sui salari dei lavoratori meno qualificati derivante dalla maggiore competizione determinata dallo shock delle ondate migratorie che hanno influenzato diversi paesi occidentali dagli anni ’90 in poi. L’effetto aggregato di questi shock e lo skill premium offerto ai lavoratori maggiormente qualificati in un’economia basata sui servizi ha contribuito ad un drastico aumento delle diseguaglianze ed è una delle cause più importanti che spiega l’attuale divisione geografica in termini di voto (si vedano Milanovic (2016) e Bourguignon (2015))

La divisione culturale è spiegabile partendo dalla divisione élite vs popolo così come ben riassunta da Christopher Lasch ne La ribellione delle élite e da The Road to Somewhere di David Goodhart. Le élite della nostra società, coloro che partecipano alla città globale e non percepiscono alcuna identità nazionale, vedono nella differenza delle minoranze e nell’apertura (economica e culturale) senza limiti solo aspetti positivi. Le élite si considerano come il nuovo stadio dell’evoluzione umana, di conseguenza, chiunque non accetti il loro stile di vita non può che essere considerato inferiore. Questa opinione personale, per quanto spiacevole, sarebbe innocua: non fosse che, grazie alla imposizione del politically correct, ogni posizione di dissenso verso tale ideale deve essere silenziata e sanzionata a norma di legge. L’aver voluto utilizzare il politically correct come strumento di imposizione di un nuovo dogma ha generato così uno scontro culturale violentissimo che è stato sfruttato molto abilmente dai “populisti” che, sul loro dissenso al politically correct, hanno costruito le piattaforme politiche.

Una possibile soluzione.

Come risolvere questa situazione? Come evitare che le nazioni si separino per delle divergenze economiche e culturali che si acuiscono sempre di più? Un sistema di democrazia federale potrebbe essere una delle risposte possibili. Decentrare le decisioni, evitando così il deficit informativo aggregato, e garantire maggiore libertà di scelta ai cittadini potrà sicuramente portare ad un maggiore sviluppo delle aree depresse. È, però, fondamentale che la federazione investa in infrastrutture fisiche e digitali per poter collegare tutte le aree e possa così facilitare l’accesso al gioco economico globale. È altresì fondamentale l’aiuto per  quei cittadini che son rimasti tagliati fuori dallo sviluppo, così come far sentire i propri cittadini sicuri, sia in termini di possibili prospettive in caso di perdita di lavoro ma anche in termini di vita quotidiana.

Infine, se si vuole  evitare che scoppi una vera e propria guerra culturale è importante sbarazzarsi il prima possibile dell’uso del politically correct come dogma per fustigare i propri avversari politici. Le élite attuali riconoscano gli errori del passato e tornino a studiare realmente ciò che l’uomo comune anela nel suo profondo del cuore così da comprendere che l’identità e l’appartenenza non sono simboli del passato, ma i valori per un possibile futuro.

Referencees

Luigi Guiso, Helios Herrera, Massimo Morelli e Tommaso Sonno, “Demand and Supply of Populism”, EIEF Working Paper 17/03-February 2017

Ronald F. Inglehart, Pippa Norris, “Trump, Brexit, and the Rise of Populism: Economic Have-Nots and Cultural Backlash”, Faculty Research Working Paper Series, 2016

Branko Milanovic, “Global Inequality, A New Approach for the Age of Globalization”, Harvard University Press-2016

François Bourguignon, “The Globalization of Inequality”, Princeton Univ Press-2015

David Goodhart, “The Road to Somewhere: The Populist Revolt and the Future of Politics”, C Hurst & Co Publishers Ltd-2017

Christopher Lasch, “La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia”, Feltrinelli-2001