Quarta rivoluzione industriale: il futuro è già arrivato

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La quarta rivoluzione industriale – della quale si è iniziato a parlare alla fiera delle tecnologie industriali di Hannover nel 2011, e in seguito tema principale dell’edizione 2016 del World Economic Forum – è ormai in atto ed è destinata, nell’immediato futuro, ad impattare in modo ancora più decisivo la società e il mondo del lavoro.

Una nuova tappa.

«A wake up call for business». Così la società di consulenza Deloitte definisce, nel suo paper The Fourth Revolution is now: are you ready?, la quarta rivoluzione industriale. Dinanzi ad un tema così complesso è preferibile tralasciare la ricerca di una definizione esatta. Più corretto, invece, è approcciare il fenomeno tracciandone gli elementi caratterizzanti, così da avere un quadro olistico. In primo luogo, dunque, occorre inserirlo nell’opportuno contesto storico. La prima rivoluzione industriale (1780-1830) che muove dall’Inghilterra è la rivoluzione del carbone e del ferro. Il contadino che lavora nelle campagne diventa operaio delle fabbriche. L’impiego del carbone come nuovo combustibile consente l’introduzione delle macchine a vapore, che cambia radicalmente il sistema produttivo delle industrie tessili e siderurgico permettendo l’utilizzo dei telai e i mantici delle fonderie. Nasce l’economia di scala, ovvero la realizzazione massiccia di prodotti a basso costo. La seconda rivoluzione industriale (1856-1878) è quella dell’acciaio, dell’elettricità e del petrolio – che affiancano e gradualmente sostituiscono carbone, macchina a vapore e ferro – del motore a scoppio, della chimica e del petrolio. Trasporti di terra e di mare e mezzi di comunicazione conoscono un notevole sviluppo; vengono inventati il telefono e il telegrafo, viaggiano la prima locomotiva, il tram elettrico e la metropolitana sotterranea a Londra. La macchina da scrivere, la macchina da cucire, il grammofono entrano nelle case dell’epoca. Le prime automobili scorrono sulle strade. La terza rivoluzione industriale (dal secondo dopoguerra sino ai primi anni del Duemila) è l’era dell’elettronica e della digitalizzazione. Cosa distingue la quarta rivoluzione industriale dalle precedenti?

Le parole d’ordine.

«There is no single technology here. There is no single driving idea. This is the era of creative convergence, where technologies begin to connect. Is is something comparable to great evolutionary transition from single celled organisms to functioning organic networks». Le parole d’ordine sono convergenza e interconnessione. Se idealmente la seconda rivoluzione poteva essere considerata la naturale evoluzione della precedente – tant’è che alcuni lo considerano un unico processo in due fasi – la quarta nasce dall’ulteriore potenziamento ed integrazione delle tecnologie derivanti dell’information technology nella vita quotidiana e nell’industria. Non solo: queste innovazioni, per la prima volta nella storia, stanno facendo venire meno le tradizionali linee di confine biologiche e digitali tra l’uomo e la macchina. Si parla, pertanto, di industria 4.0: l’informatizzazione e la digitalizzazione delle imprese tradizionali cambia radicalmente le modalità dei processi produttivi e porta alla cosiddetta smart factory, la fabbrica intelligente. L’impresa del futuro è flessibile, versatile e a misura di singolo cliente. Dalla produzione di massa (mass production) di stampo fordista si passa alla produzione snella (lean production). La possibilità di progettare il prodotto autonomamente e in loco grazie all’elaborazione e stampa in 3D – con un notevole risparmio sui costi del trasporto e del materiale – potrà portare ad un’inversione di paradigma sulla delocalizzazione dei processi produttivi. E l’avvento delle connessioni 5G farà da trampolino alla quarta rivoluzione industriale.

 

 

Rischi e opportunità.

È naturale che dinanzi ad un fenomeno così imponente possano sorgere domande sul rapporto tra rischi e opportunità. La vita quotidiana è – e sarà – sicuramente facilitata (si pensi, ad esempio, alle innumerevoli possibilità offerte da uno smartphone, divenuto un vero e proprio computer tascabile). Tuttavia, senza oscillare tra l’esaltazione aprioristica e un anacronistico luddismo – e tenendo a mente che il progresso tecnologico è parte integrante dell’evoluzione umana – è lecito chiedersi quale sarà il riflesso della quarta rivoluzione industriale sul mercato del lavoro. L’elevata velocità di diffusione e l’impatto sistemico multi-settoriale a livello globale richiedono all’imprenditoria e alla politica un tempo di reazione elevato, come mai prima d’ora, per governare il fenomeno e non rischiare semplicemente di subirlo come avvenuto parzialmente con la globalizzazione. Lo studio di McKinsey Global Institute, A future that works. Automation, employment and productivity fornisce due dati significativi, riferiti al mercato statunitense: meno del 5% delle attività lavorative possono diventare totalmente automatizzate, ma il 60% è costituto da lavori parzialmente automatizzabili. Sarà più difficile automatizzare quelle attività, come l’assistenza sanitaria, che richiedono un’importante interazione umana, mentre il settore manifatturiero, la logistica, la raccolta dei prodotti agricoli, e in generale i lavori più ripetitivi che non richiedono grandi spostamenti sono i primi “bersagli” dell’innovazione. Bisogna, dunque, credere al World Economic Forum, che nel suo studio The Future of Jobs prevede la perdita di 5 milioni di posti di lavoro entro il 2020 nei tredici Paesi più industrializzati del mondo e un ulteriore aumento delle disuguaglianze? Questi numeri non devono suonare come una condanna inappellabile bensì essere da stimolo per prevenire tale scenario e provare a ridurre al minimo gli effetti dell’inevitabile distruzione creatrice, per dirla alla Schumpeter, che accompagna ogni ciclo di trasformazione economico-sociale. 

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