L’Unione Europea e le nuove “cortine di ferro”

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La cortina di ferro che, nel secondo dopoguerra, divideva il Vecchio Continente in due zone d’influenza fra Stati Uniti e Unione Sovietica è materiale per i libri di storia. Eppure, parafrasando Winston Churchill, sono comparse altre moderne “cortine di ferro” che aggravano la crisi dell’Unione Europea.

La cortina a est.

La prima scorre verticalmente a est, sovrapponendosi in modo parziale proprio a quella di novecentesca memoria. Oltre i confini di Germania e Austria pulsa forte il cuore del cosiddetto Gruppo di Visegrád, nato formalmente il 15 febbraio del 1991 con la firma dell’omonima Dichiarazione da parte di Lech Wałęsa, Václav Havel e József Antall in rappresentanza di Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia (poi divisasi pacificamente in Repubblica Ceca e Slovacchia). Pur provenendo da diversi percorsi storici e culturali, questi Paesi dell’Europa orientale accumunati dalle drammatiche esperienze del nazismo e del comunismo hanno dato vita ad un legame d’alleanza e mutua cooperazione divenuto sempre più saldo nel corso del tempo. Un percorso coronato dall’ingresso nella NATO e poi nell’Unione Europea, nonché dal raggiungimento di tassi di crescita economica maggiori rispetto alla media europea. Tuttavia, da Visegrád è progressivamente montato un legittimo scetticismo nei confronti non solo della moneta unica – alla quale ha aderito solo la Slovacchia –, ma anche di talune politiche di Bruxelles, in particolare sulla gestione dei migranti. Si è così assistito al ritorno di un nazionalismo – in opposizione al “direttorio” franco-tedesco – dai tratti autoritari e identitari. La Commissione europea ha scavato un solco ancora più profondo con l’est avviando, per la prima volta, una procedura di sanzione nei confronti della Polonia e dell’Ungheria per il rischio di gravi violazioni dello stato di diritto. Tale procedura ha concluso l’iter sfociando in un voto dell’euro-parlamento che approvato l’attivazione dell’articolo 7 dei Trattati nei confronti dell’Ungheria di Orban. L’Unione guarda con crescente preoccupazione a questa sorta di confederazione che attrae anche l’Austria del giovane premier conservatore Sebastian Kurz.

Le cortine a ovest.

La seconda, invece, scorre verticalmente a ovest. Il referendum con il quale, nel giugno del 2016, il Regno Unito ha votato a favore dell’uscita dall’Unione Europea è stato un evento inaspettato e dirompente, che ha toccato i nervi scoperti di Bruxelles. La Brexit ha infranto il dogma dell’indivisibilità dell’Unione e messo a nudo la fragilità retorica d’una governance europea impantanata in confuse utopie costruttiviste e veti incrociati. Il Regno Unito mancherà all’Unione per due motivi. Il primo è il venire meno dell’apporto, in termini politico-culturali, dello storico euro-scetticismo anglosassone di derivazione thatcheriana nel frenare i balzi in avanti, spesso deleteri, delle tecnocrazie di Bruxelles. Il secondo è l’allargarsi del solco non solo fra Londra e l’Europa, ma anche tra l’Europa e gli Stati Uniti – e quest’ultima può essere considerata come un’ulteriore “cortina di ferro” a ovest. Il Regno Unito, da sempre interlocutore privilegiato della Casa Bianca, ha svolto più volte il ruolo di ponte fra le due sponde dell’Occidente. L’auspicio è che almeno tale ruolo, in politica estera, rimanga intatto, in particolare dopo le numerose incomprensioni fra Trump e Bruxelles. Come nei confronti del Gruppo di Visegrád, anche verso la Brexit – e nei relativi, estenuanti negoziati – l’atteggiamento delle istituzioni europee è apparso scomposto, rissoso e inutilmente punitivo. Invece, l’Unione dovrebbe interpretare con saggezza tali situazioni, considerandole come un’occasione di seria autocritica e di rilancio.

L’equatore dell’Unione Europea.

La terza, infine, scorre orizzontalmente. Un immaginario equatore separa i Paesi del Nord da quelli meridionali, ovvero delimita due concezioni economiche antitetiche. Questo è il grande dilemma, tuttora irrisolto, che ha accompagnato e che continua ad accompagnare il cammino dell’Unione. La Germania e i Paesi settentrionali, per molto tempo, si sono illusi di poter influenzare positivamente le economie mediterranee, portandole verso il sentiero di una maggiore disciplina fiscale. Al contrario, la crisi economica del primi anni Duemila ha reso ancora più netto il divario tra il Nord e il Sud dell’Europa. Senza dimenticare la drammatica estate del 2015, quando si arrivò ad un passo dall’uscita della Grecia dalla moneta unica. La dicotomia austerità-flessibilità è divenuta uno stanco rito che, per il nostro Paese ma non solo, si ripete puntualmente ogni autunno, all’atto di stilare la Legge di stabilità. I Paesi del Nord, Germania in primis, desideravano persino l’inserimento dell’impopolare fiscal compact nei trattati europei, affinché acquisisse una forza giuridica granitica, ma hanno trovato la ferma opposizione degli Stati meridionali. La soluzione di compromesso elaborata dalla Commissione europea ha previsto l’inserimento del fiscal compact solo nel diritto europeo, in una tempistica che probabilmente sarà entro la metà del 2019. Ma il tempo dei compromessi è finito. Di compromesso in compromesso, si prova a rimandare in eterno il momento del redde rationem. A quando, cioè, l’Unione Europea dovrà decidere una volta per tutte cosa fare da grande. Stretta a est e e ovest, divisa al suo interno, appare sempre più improbabile che il futuro dell’Unione possa decidersi solo a Berlino e Parigi. A meno che non si voglia implicitamente ammettere che la crisi dell’Unione Europea a 27 è irreversibile e che le linee di frattura non possono più essere ricomposte.